LA STORIA DIMENTICATA DI NAPOLEONE II


Napoleone Bonaparte fu incoronato imperatore (o meglio, si pose da solo la corona sul capo, non volendo che fosse papa Pio VII a farlo) il 2 dicembre 1804 nella cattedrale di Notre-Dame. Assunse quindi il nome di Napoleone I.
Dopo la fine dell’epoca napoleonica e le monarchie di Luigi XVIII, Carlo X e Luigi Filippo I, in Francia emerse Carlo Luigi Napoleone Bonaparte, nipote di Napoleone. Senza dubbio Luigi Bonaparte sfruttò il suo prestigioso cognome per raggiungere il potere, ma fu comunque una figura politica importante, in patria e in Europa. Già presidente della Repubblica dal 1848, volle anch’egli legittimarsi ulteriormente tramite l’investitura imperiale, che avvenne il 2 dicembre 1852. Da quel momento fu l’imperatore Napoleone III e lo rimase fino al 1870, quando, dopo la disastrosa sconfitta di Sedan, in Francia tornò la repubblica.
Ma, se Napoleone I non ha certo bisogno di presentazioni e Napoleone III detenne il potere per più di due decenni, chi fu Napoleone II?

Napoleone Bonaparte nel 1809 divorziò da Giuseppina di Beauharnais perché, in tredici anni di matrimonio, non era riuscita a dargli un figlio. L’imperatore infatti, pur avendo già almeno due figli nati da relazioni extraconiugali, aveva bisogno di un erede che perpetuasse la sua stirpe. Sposò allora Maria Luisa d’Austria, figlia di Francesco II d’Asburgo Lorena, ultimo imperatore del Sacro romano impero e primo imperatore d’Austria.
Da questo secondo matrimonio Napoleone ebbe finalmente un figlio legittimo: il 20 marzo 1811 nel Palazzo delle Tuileries nacque Napoleone Francesco Giuseppe Carlo Bonaparte, colui che sarebbe stato Napoleone II, anche se solo per pochi giorni.
La nascita fu celebrata con centouno colpi di cannone e grandi festeggiamenti. Le strade risuonavano di canti e musiche e per tutta la notte successiva i palazzi di Parigi rimasero illuminati. L’infante fu subito proclamato re di Roma, un titolo che evocava antiche grandezze, quelle che il padre voleva rinverdire e infine passare al tanto atteso erede.
Le cose però presero una piega diversa: nel 1812 Napoleone I subì una terribile disfatta in Russia, poi, dopo la sconfitta nella battaglia di Lipsia contro gli eserciti della sesta coalizione, nel 1814 fu costretto ad abdicare e ad andare in esilio all’isola d’Elba. Da qui, nel 1815, riuscì a fuggire e a raggiungere Parigi per vivere gli ultimi fuochi della sua epopea: i famosi Cento giorni. Durante questo periodo, Bonaparte riconquistò il titolo di imperatore, ma si formò una nuova coalizione antifrancese, la settima, che lo sconfisse definitivamente nella battaglia di Waterloo del 18 giugno 1815. Napoleone dovette affrontare di nuovo l’esilio, stavolta a Sant’Elena, un’isola dell’oceano Atlantico, dove morì nel 1821.
Dopo l’abdicazione e il primo esilio di Napoleone nel 1814, il Senato restituì il trono alla dinastia dei Borbone nella persona di Luigi XVIII, che fece ritorno in patria dopo ventitré anni. Tuttavia, durante il periodo dei Cento giorni, il sovrano fu costretto a lasciare ancora una volta la Francia, per poi riottenere definitivamente la corona dopo la sconfitta di Napoleone a Waterloo.
Fu proprio tra questi avvicendamenti che il piccolo Bonaparte fece la sua comparsa sulla scena con il nome di Napoleone II. I suoi giorni da imperatore, infatti, coincisero con il periodo tra la prima abdicazione di Napoleone I e il primo ritorno dei Borboni, e poi ancora tra la seconda abdicazione e il secondo ritorno.
In particolare, Napoleone I decise la sua prima resa il 4 aprile 1814. Nel febbraio precedente aveva dimostrato ancora una volta le sue straordinarie capacità tattiche e strategiche sconfiggendo più volte l’armata russo-prussiana durante la campagna dei sei giorni. Tuttavia le forze della coalizione antifrancese erano numericamente troppo superiori e alla fine di marzo erano riuscite a entrare a Parigi. 
In quel 4 aprile 1814 Napoleone, che si trovava nel castello di Fontainebleau, inviò dei rappresentanti a Parigi per trattare la sua abdicazione con gli esponenti della coalizione antifrancese. Bonaparte accettava di fare un passo indietro per il bene della Francia, ma in favore del figlio, Napoleone II. Vista la giovanissima età del nuovo imperatore, la reggenza sarebbe spettata alla madre Maria Luisa d’Austria. Gli alleati antifrancesi, però, furono irremovibili: la resa doveva essere senza condizioni. Il 6 aprile Bonaparte, che non si era mosso da Fontainebleau, non poté fare altro che firmare il trattato con cui rinunciava al trono per sé e per i suoi eredi. 
Napoleone I abdicò per la seconda volta il 22 giugno 1815, quattro giorni dopo la sconfitta di Waterloo. Anche in questo caso nominò suo figlio nuovo imperatore. Nel caos politico di quei giorni, le due Camere affidarono il governo del paese a una commissione composta da cinque membri che, nei loro documenti ufficiali, indicarono Napoleone II come l’imperatore.
La commissione ebbe vita breve: il 7 luglio le forze della coalizione antifrancese entrarono a Parigi e rimisero Luigi XVIII sul trono. Finirono così anche i giorni da imperatore di Napoleone II, che in ogni caso viveva con la madre a Vienna già da un anno.
I suoi regni furono dunque a dir poco effimeri e precari, ma tra i due si può notare una differenza in termini di legittimità.
Il primo (4-6 aprile 1814) fu più che altro una proposta che Napoleone Bonaparte avanzò durante le trattative per la sua abdicazione, trattative che, tra l’altro, stava svolgendo in una posizione di netta inferiorità. Le probabilità che la controparte accettasse le sue condizioni erano scarsissime, e infatti il trattato di Fontainebleau fu un’imposizione dei vincitori sul vinto.
Invece nel caso del secondo regno (22 giugno-7 luglio 1815) di Napoleone II, la decisione di Napoleone I di abdicare in favore del figlio fu accettata, o comunque non respinta, dall’organo che in quel momento governava la Francia. Prova ne sono, come detto, i documenti ufficiali in cui si faceva riferimento a Napoleone II come all’imperatore in carica. È pur vero che si trattava di un bambino di quattro anni che viveva in Austria, ma il suo titolo, in quei drammatici e caotici giorni d’inizio estate, può essere considerato legittimo.

Mentre Napoleone Bonaparte languiva su una piccola isola in mezzo all’oceano, suo figlio risiedeva stabilmente alla corte di Vienna. I tempi erano cambiati, ovunque in Europa la Restaurazione aveva portato indietro le lancette della storia, almeno per il momento. 
Quel bambino, però, portava un cognome pesante, capace di rinfocolare gli animi. Il nonno, l’imperatore Francesco, decise allora di crescerlo come un perfetto membro della famiglia imperiale austriaca, cancellando ogni traccia del padre dalla sua vita. Ma non solo, persino le sue origini francesi dovevano essere dimenticate. Il suo nome, Napoléon François, divenne soltanto Franz. 
Il Congresso di Vienna aveva assegnato a sua madre Maria Luisa il Ducato di Parma e Piacenza, ma solo fino alla morte; in seguito il Ducato sarebbe tornato ai Borbone di Parma. Franz, dunque, non sarebbe mai diventato duca di Parma e il nonno era totalmente d’accordo con questa decisione. Tuttavia Francesco voleva assegnare al nipote un titolo nobiliare; dopo varie ipotesi scartate, nel 1818 Franz fu nominato duca di Reichstadt.
Maria Teresa si era trasferita in Italia già da due anni, in compagnia di quello che sarebbe diventato il suo secondo marito, Adam Albrecht conte di Neipperg. Franz fu instradato dai suoi tutori alla vita militare, per la quale sviluppò una vera e propria passione. 
In Europa cominciarono a circolare voci su un nuovo Bonaparte in armi, ma si trattava solo di ipotesi fantasiose, generate, a seconda dei casi, dal timore o dalla speranza che una nuova epoca napoleonica avesse inizio. In realtà il potente cancelliere austriaco Metternich aveva già in mente un piano preciso per quello scomodo nipote dell’imperatore: fare in modo che rimanesse sempre il più lontano possibile dai centri del potere militare e politico. 
Franz diventò un giovane bellissimo, biondo e con gli occhi azzurri, come i principi delle favole. E, proprio come i principi delle favole, viveva in un castello: quello di Schönbrunn. Ma ben presto si accorse che quella dimora da sogno era, in effetti, una prigione costruita apposta per separarlo dalle sue origini. Non poteva nemmeno soddisfare l’ovvia curiosità di sapere tutto su suo padre. Ma il desiderio era troppo forte, e così ne leggeva di nascosto le gesta, sognando un giorno di emularle. Non poteva immaginare che il suo futuro sarebbe stato breve e i suoi ultimi anni infelici.
Sua madre si era sposata con il conte di Neipperg pochi mesi dopo la morte di Napoleone a Sant’Elena. La coppia però aveva già avuto due figli prima del matrimonio. Franz venne a conoscenza dell’esistenza dei due fratellastri solo alla morte del patrigno nel 1829. Questo lo amareggiò moltissimo, tanto da farlo allontanare dalla madre. A un amico disse addirittura che il destino di suo padre sarebbe stato diverso con Giuseppina al suo fianco.
Nel 1830 la rivoluzione divampò di nuovo: dalla Francia, dove Carlo X fu costretto ad abdicare in favore del più democratico Luigi Filippo d’Orléans, raggiunse vari stati, inferendo un duro colpo all’assetto politico dell’Europa così come era stato ridisegnato quindici anni prima nel Congresso di Vienna. 
In quei mesi di rivolta il nome di Napoleone II circolò di nuovo. A Parigi, “Vive Napoleon II” divenne un grido di battaglia. Qualcuno addirittura pensò a lui per il trono del Belgio o della Polonia o della Grecia, stati che stavano combattendo per la loro indipendenza. Ma anche in questo caso si trattò solo di suggestioni; gli insorti, più che quel diciannovenne bloccato a Schönbrunn, chiamavano in causa il suo cognome, ancora capace di far tremare l’Europa.
Nel 1831 Franz, raggiunto il grado di tenente colonnello, ottenne l’affidamento di un battaglione, ma non ebbe mai occasione di dimostrare sul campo il suo valore.
L’anno successivo si ammalò di tisi e fu costretto a letto per vari mesi. All’inizio dell’estate le sue condizioni peggiorarono. Quando non ci fu più niente da fare, fu trasportato da Vienna, dov’era ricoverato, alla reggia imperiale. Napoleone Francesco Giuseppe Carlo Bonaparte, per pochi giorni imperatore dei francesi con il nome di Napoleone II, morì il 22 luglio 1832, a soli ventuno anni. 
Fu sepolto a Vienna, nella Cripta imperiale situata sotto la chiesa dei Cappuccini, il principale luogo di sepoltura della dinastia degli Asburgo sin dal XVII secolo.

Oggi François/Franz riposa accanto alla tomba del padre, all’interno della Dôme des Invalides, a Parigi. Fu Adolf Hitler, durante l’occupazione nazista della Francia, a ordinare la riesumazione dei resti di Napoleone II e il loro trasferimento accanto a quelli di Napoleone I.
Questa collocazione sembra suggerire che, come in vita, anche nella morte il figlio sia destinato a essere oscurato dalla presenza monumentale del padre. In realtà, più che all’ombra di Napoleone I, François/Franz visse incarnandone il ricordo. E, proprio come i ricordi, la sua esistenza fu sfuggente e malinconica, ma anche suggestiva, silenziosamente intensa.
A cogliere la profondità della sua figura fu Edmond Rostand, che lo celebrò nel dramma in versi L’Aiglon (L’Aquilotto), rappresentato per la prima volta nel 1900.
L’opera presenta un François/Franz colmo d’ardore giovanile e d’amore per la Francia, che sogna di poter un giorno sedere sul trono di quell’Impero che le forze antifrancesi hanno stroncato. Aiutato da un veterano napoleonico, tenta la fuga da Vienna, ma viene arrestato. Da quel momento in poi, vive nell’amara consapevolezza che gli Asburgo e Metternich non gli permetteranno mai di lasciare l’Austria per inseguire i suoi sogni di gloria. Non gli restano che i ricordi e i rimpianti. Eppure sempre, persino sul letto di morte, l’Aiglon continua a invocare suo padre e la Francia.
Il dramma ebbe un grande successo, alimentando ancora di più i sentimenti di revanscismo che in Francia ribollivano sin dai tempi della sconfitta di Sedan e che sarebbero poi sfociati nella Grande Guerra. A parte le intenzionali inesattezze storiche (l’episodio dell’arresto di François/Franz è inventato, serve a renderlo agli occhi del pubblico un vero e proprio prigioniero degli Asburgo) e un eccesso di sentimentalismo, l’opera racconta in modo toccante un’esistenza soffocata da enormi contrasti. Ad esempio il contrasto tra rivoluzione e reazione, tra popolo e aristocrazia, tra il frastuono dei campi di battaglia e il silenzio dei saloni di Schönbrunn; ma potremmo aggiungere anche quelli tra sogno e realtà, tra ricordi e avvenire, tra la forza solare della giovinezza e il precoce crepuscolo della tisi.
L’appellativo “Aiglon” non fu un’invenzione di Rostand; a coniarlo fu Victor Hugo, nella sua opera Napoleone il piccolo, dove lo utilizzò per riferirsi a François/Franz. È bene precisare, tuttavia, che il “piccolo” del titolo non è il figlio di Napoleone I, bensì il nipote, Napoleone III, contro il quale Hugo con il suo opuscolo scagliò una dura critica, denunciandone la violenza e l’ipocrisia. Ma questa è una storia diversa, nata da altre febbri rivoluzionarie, quelle che scossero l’Europa nel 1848
François/Franz, Napoleone II, fu davvero un aquilotto che non ebbe mai la possibilità di diventare un’aquila maestosa. Ma tra il volo leggendario di Napoleone I e quello incerto di Napoleone III, anche il suo battito d’ali, breve e struggente, merita di essere ricordato.

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