L’EUROPA SPEZZATA: POSTMODERNITÀ CONTRO TRADIZIONE 


DUE MODELLI DI EUROPA A CONFRONTO

L’Europa occidentale e quella orientale rappresentano due concezioni opposte, tanto che queste differenze non sono semplicemente culturali, ma si trasformano in un vero e proprio conflitto identitario. 
La prima infatti è ormai in tutto e per tutto postmoderna, mentre la seconda si aggrappa con forza alle sue tradizioni, cercando di preservare una continuità etnica, storica e culturale.
Questo contrasto si traduce in una crescente polarizzazione, in cui ciascuna parte cerca di influenzare l’altra, ma finisce spesso per irrigidirsi sulle proprie posizioni.

EUROPA OCCIDENTALE: POSTMODERNITÀ, PROGRESSISMO, NEOLIBERISMO E CONTRADDIZIONI

L’Europa occidentale, soprattutto nel caso di paesi come Francia, Germania, Paesi Bassi e della Scandinavia, può essere definita postmoderna, ossia caratterizzata da un rifiuto delle antiche certezze assolute – come la religione o il nazionalismo – a favore di una visione più aperta, pluralista e globale della società. 
Ciò è stato possibile grazie alla stabilità e alla prosperità economica successive alla Seconda guerra mondiale, che gradualmente hanno reso obsolete le strutture sociali rigide e gerarchiche del passato. 
Le élite politiche e culturali hanno guidato questo smantellamento delle identità tradizionali, favorendo il pluralismo e il cosmopolitismo. Il tutto si è tradotto in politiche di chiaro stampo progressista.
A partire dagli anni Novanta, l’Europa ha abbracciato la globalizzazione neoliberista, intensificando parallelamente politiche progressiste come i diritti civili, il multiculturalismo e l’integrazione europea. 
Possiamo affermare che l’aspetto sociopolitico e quello economico siano andati di pari passo, alimentandosi a vicenda. Oppure, in una prospettiva economicistica, si potrebbe sostenere che sia stato l’aspetto economico a determinare quello sociale e politico. Ossia che la globalizzazione neoliberista, con il suo mercatismo sfrenato, abbia abbattuto le fondamenta delle strutture tradizionali che per secoli avevano definito l’Occidente, considerandole solo un attrito che rallentava la corsa del denaro. 
Dunque la famiglia, con il matrimonio come istituzione centrale e i suoi ruoli tradizionali, è stata messa in discussione; la religione ha visto ridursi il suo ruolo di guida morale e sociale; lo Stato-nazione ha perso sovranità a causa dell’integrazione europea e dell’economia finanziarizzata.
Questa decostruzione non si è limitata a cambiare le istituzioni e a ingigantire il ruolo dell’economia, ma ha trasformato anche la psicologia degli individui, favorendo un senso di fluidità identitaria e un rifiuto delle certezze del passato.
Tuttavia questi indirizzi (postmodernità, progressismo, neoliberismo) hanno generato contraddizioni interne e provocato fratture difficili da sanare.
Le politiche di apertura commerciale e culturale, infatti, hanno finito per produrre disuguaglianze economiche e sociali, nonché un forte disorientamento di fronte a una realtà in rapida e caotica evoluzione. A ciò si sono aggiunte la crisi economica deflagrata nel 2008, le politiche di austerità dell’Unione europea, l’immigrazione incontrollata e altre distorsioni della globalizzazione. Tutto questo ha alimentato sentimenti di esclusione e rabbia, soprattutto tra i ceti più poveri e nelle aree rurali. 
Tale malcontento è stato alla base del successo di formazioni politiche nuove o fino a quel momento marginali: i partiti cosiddetti populisti e sovranisti. 
Questi ultimi infatti, basando la loro azione politica su una critica rabbiosa del sistema, hanno conquistato ampie fette di elettorato che in precedenza votavano per i partiti tradizionali, ormai convertiti, in modo spesso acritico, al credo occidentale progressista e neoliberista. 
Ne è un chiaro esempio il Rassemblement National (Front National fino al 2018) di Marine Le Pen. Il partito – nazionalista, conservatore ed euroscettico – ha guadagnato molti consensi tra i ceti popolari che, colpiti dalla crisi economica e dall’immigrazione, hanno ritenuto insufficienti le risposte dei partiti di sinistra che un tempo sostenevano.
La spaccatura interna all’Europa occidentale non si è manifestata solo nella contrapposizione tra ceti sociali, ma anche a livello generazionale: i giovani urbani, tendenzialmente progressisti e cosmopoliti, sono entrati in conflitto con le generazioni più anziane, caratterizzate da una visione più conservatrice e meno inclini a vedere nella diversità una risorsa.
Un esempio di questo contrasto si è avuto con il referendum sulla Brexit nel 2016, in cui il voto degli over 65, nostalgici di un’Inghilterra tradizionale, ha prevalso su quello dei giovani favorevoli all’Unione europea.

EUROPA ORIENTALE: TRADIZIONE E RESISTENZA ALL’OCCIDENTE

Nell’altra parte del continente, paesi come Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia si richiamano con forza a tradizioni religiose cristiane, a una visione tradizionale della famiglia e a un forte senso di identità nazionale. 
Non si tratta di un semplice ritardo storico, ma di una scelta consapevole. Questi paesi infatti, dopo secoli di dominazioni straniere, dagli imperi ottomano e russo al totalitarismo sovietico, vedono nella tradizione un baluardo per riaffermare la propria sovranità e indipendenza culturale. 
In Polonia, ad esempio, la Chiesa cattolica rimane una forza centrale nella vita sociale e politica, come dimostrato dal sostegno al partito PiS (Diritto e Giustizia), che promuove valori clerico-conservatori in netta opposizione al progressismo occidentale.
Un altro esempio particolarmente significativo è la “democrazia illiberale” dell’ungherese Viktor Orbán. Il termine, coniato dallo stesso Orbán, descrive un modello politico che, pur mantenendo forme democratiche, indebolisce i diritti civili, la libertà di stampa e il potere giudiziario in favore di un marcato conservatorismo nazionale.
Tuttavia anche in questi paesi sono emerse tensioni interne: soprattutto i giovani urbani, più aperti al mondo globale grazie a internet e ai viaggi, contestano questa linea conservatrice, protestando contro le restrizioni ai diritti civili. Come è avvenuto in Polonia nel 2020-21, quando sono state organizzate decine di manifestazioni contro una sentenza della Corte costituzionale, composta in larga parte da giudici nominati dal partito PiS, che rendeva illegali quasi tutti i casi di aborto.
L’Occidente, tramite le istituzioni europee, cerca di “convertire” l’Oriente, imponendo standard su stato di diritto, diritti civili e politiche migratorie. 
Un caso emblematico al riguardo è stato lo scontro tra l’Unione europea e la Polonia sul sistema giudiziario: Bruxelles ha accusato Varsavia di minare l’indipendenza dei giudici, arrivando a sospendere i fondi del Recovery Fund nel 2022. Solo il ritorno alla Presidenza del consiglio del liberale ed europeista Donald Tusk nel 2023 ha sbloccato l’erogazione dei fondi Ue. 
Queste pressioni, però, sono vissute dagli europei orientali come un’ingerenza, quasi un’eco del periodo sovietico. La reazione è una difesa sempre più energica dei valori tradizionali contro un Occidente percepito come moralmente decadente e socialmente ingiusto, dove il divario tra ricchi e poveri continua ad ampliarsi.

STORIE DIVERSE, COMPROMESSI IMPOSSIBILI, NUOVI SCENARI ALL’ORIZZONTE

Questo scontro tra i due blocchi è causato non solo dalla situazione attuale, ma anche da profonde radici storiche. 
Nello scorso secolo, ad esempio, la Guerra fredda ha scavato un solco profondo tra queste due Europe, che l’universalismo dell’Ue fatica a colmare nonostante i tentativi di armonizzare le politiche e gli standard tra gli stati membri. 
L’Occidente inoltre ha compiuto un lungo percorso per giungere alle sue posizioni (e ciò è vero a prescindere dall’opinione che di queste posizioni si può avere). L’Oriente invece è libero dal comunismo solo dal 1989 e perciò sta ancora ricostruendo la propria identità dopo decenni di oppressione.
Una possibile via d’uscita potrebbe essere un compromesso: l’Occidente potrebbe riconoscere il tradizionalismo orientale come una legittima espressione identitaria, magari accettando che paesi come l’Ungheria mantengano politiche migratorie restrittive. L’Oriente, d’altro canto, potrebbe aprirsi gradualmente a standard europei su trasparenza e diritti civili, senza rinunciare alle sue radici.
Ma la sfiducia reciproca e la distanza tra le identità storiche e politiche rende questa sintesi improbabile. Sempre più si delinea un’Europa spaccata, con l’Est che potrebbe cercare nuovi alleati. 
Come ad esempio la Cina, che dal 2013, con il colossale progetto della Nuova via della seta, corteggia paesi che possano aiutarla a penetrare nei mercati dell’Occidente. In tal senso i paesi dell’Europa orientale sono fondamentali e vengono attratti tramite generosi investimenti. In Ungheria, tanto per citare un caso, il gigante asiatico ha finanziato la ferrovia Belgrado-Budapest, offrendo un’alternativa economica all’Unione europea. 
Lo scoppio della guerra in Ucraina nel 2022 ha ulteriormente accentuato la divisione tra i due tipi di Europa: mentre quella occidentale si è compattata contro la Russia, paesi come l’Ungheria hanno mantenuto una posizione ambigua, rifiutando di inviare armi a Kiev e guardando con interesse a nuovi accordi energetici con Mosca.

TRA POLARIZZAZIONI E DISSOLUZIONE

L’Europa occidentale e quella orientale incarnano così due visioni opposte: una cosmopolita e progressista, protesa verso il futuro; l’altra nazionalista, ancorata a un passato di tradizioni e sovranità. 
Nonostante tensioni interne e affinità generazionali creino zone grigie, la spaccatura tra i due blocchi rimane profonda, alimentata da percorsi storici diversi e da dinamiche attuali come quelle emerse con il conflitto ucraino. 
La polarizzazione non è solo un ostacolo all’unità, ma una minaccia silenziosa che pesa sul futuro dell’Unione europea. Se Ovest ed Est non riusciranno a trovare un terreno comune, questa divisione rischia di diventare non solo difficile da superare, ma di minare le fondamenta stesse dell’Unione. 
Un logoramento lento ma inesorabile che, senza interventi decisivi, potrebbe condurre a un’implosione silenziosa, una dissoluzione graduale ma ineluttabile.



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