
Quando si parla della Spagna del XX secolo, l’attenzione si concentra spesso sulla Guerra civile, su Francisco Franco o sulla Falange. Eppure molti dei temi che avrebbero dominato la storia spagnola nei decenni successivi erano già presenti negli anni Venti, durante la dittatura di Miguel Primo de Rivera. Il suo governo rappresentò il primo grande regime autoritario della Spagna del Novecento e gettò le basi, volontariamente o meno, per gli sviluppi politici che sarebbero seguiti.
Miguel Primo de Rivera y Orbaneja nacque a Jerez de la Frontera, in Andalusia, l’8 gennaio 1870, in una famiglia con una lunga tradizione militare. Suo zio, Fernando Primo de Rivera, era stato una figura di primo piano nella storia spagnola tardo-ottocentesca: generale di lungo corso, due volte Governatore generale delle Filippine, ministro della Guerra e primo marchese di Estella, titolo che il nipote avrebbe in seguito ereditato alla sua morte nel 1921. Questa appartenenza a un’élite provinciale legata all’esercito e alla proprietà terriera influenzò profondamente la visione del mondo di Miguel Primo de Rivera e il suo approccio alla politica.
Dopo aver completato la formazione militare, partecipò alle campagne coloniali spagnole a Cuba, nelle Filippine e in Marocco tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento. Queste esperienze lo formarono come ufficiale e lo avvicinarono ai problemi che affliggevano l’esercito spagnolo: la scarsa dotazione di risorse, le tensioni interne tra le diverse correnti militari e il senso di frustrazione derivante dalla gestione politica delle guerre coloniali. Nel 1922 era Capitano generale della Catalogna, una delle posizioni di comando più rilevanti del paese.
Per comprendere l’ascesa di Primo de Rivera è necessario considerare il contesto in cui essa avvenne. All’inizio del Novecento la Spagna attraversava una fase di profonda instabilità strutturale. La sconfitta nella guerra contro gli Stati Uniti nel 1898 e la conseguente perdita delle ultime colonie (Cuba, Porto Rico e le Filippine) avevano alimentato un diffuso senso di declino nazionale. Intellettuali e politici parlavano apertamente di una crisi di identità collettiva, dando vita a quella corrente di pensiero nota come rigenerazionismo, che chiedeva una profonda riforma dello Stato e della società spagnola.
Il sistema politico della Restaurazione, instaurato dopo il 1874 e fondato sull’alternanza concordata tra i partiti liberale e conservatore secondo il meccanismo del turno pacifico, appariva sempre meno capace di rispondere alle trasformazioni di una società in rapido cambiamento. La pratica del caciquismo, ovvero la manipolazione delle elezioni da parte di notabili locali, aveva svuotato di contenuto la rappresentanza parlamentare e alimentato la sfiducia nelle istituzioni.
Nel frattempo crescevano le tensioni sociali. Il movimento operaio acquistava forza sia nella sua componente socialista, organizzata attorno all’Unione generale dei lavoratori, sia in quella anarchica, che in Catalogna e in Andalusia aveva radici particolarmente profonde. Gli scioperi si moltiplicavano e in alcune occasioni degeneravano in episodi di violenza. Al tempo stesso si intensificavano le rivendicazioni dei nazionalismi regionali, in particolare in Catalogna, dove la Lliga Regionalista rappresentava gli interessi della borghesia industriale, e nei Paesi Baschi, dove il Partito nazionalista basco aveva costruito una presenza stabile. A tutto questo si aggiungevano le difficoltà militari in Marocco, dove la Spagna era impegnata da anni in una lunga e costosa campagna coloniale.
La crisi raggiunse il culmine nell’estate del 1921 con la battaglia di Annual, una delle peggiori sconfitte militari nella storia spagnola moderna. Migliaia di soldati persero la vita in pochi giorni, e la responsabilità politica e militare del disastro divenne oggetto di un’inchiesta parlamentare destinata a coinvolgere anche la famiglia reale.
In questo contesto di crisi istituzionale e tensione sociale, il 13 settembre 1923 Primo de Rivera guidò un colpo di stato militare dalla Capitaneria generale di Barcellona, diffondendo un manifesto in cui denunciava la corruzione del sistema politico, il caos sociale e l’incapacità del governo parlamentare di affrontare le sfide del paese. L’operazione incontrò una resistenza limitata e il re Alfonso XIII, dopo una breve fase di attesa, accettò la situazione e affidò a Primo de Rivera la guida del governo.
Questa decisione ebbe conseguenze di lungo periodo: il monarca si identificò pubblicamente con il regime autoritario, legando il proprio destino a quello del generale.
La costituzione del 1876 fu sospesa, le Cortes disciolte e i partiti politici esclusi dalle funzioni di governo. Fu instaurata la censura sulla stampa e vennero limitati i diritti di associazione e riunione. Primo de Rivera giustificò il proprio intervento come una misura temporanea, necessaria per ripulire il paese dalla corruzione e ristabilire l’ordine pubblico. Si presentò come un chirurgo che operava un corpo malato, non come un tiranno. Questa retorica del risanamento provvisorio sarebbe rimasta una costante del suo discorso pubblico.
Nei primi anni il regime assunse una marcata impronta militare. Il governo fu affidato a un Direttorio composto prevalentemente da ufficiali dell’esercito, con l’obiettivo principale di ristabilire la stabilità interna. Sul fronte marocchino, che aveva rappresentato uno dei principali motivi della crisi precedente al golpe, il regime ottenne il suo successo più significativo. Lo sbarco di Alhucemas nel settembre 1925, operazione anfibia condotta congiuntamente da forze spagnole e francesi, segnò la svolta militare contro la resistenza rifiana guidata da Abd el-Krim. Nel maggio 1926 il leader rifiano si arrese alle autorità francesi. La vittoria in Marocco rafforzò considerevolmente il prestigio del regime e consolidò la posizione di Primo de Rivera, celebrato come il generale che aveva risolto il problema che aveva logorato la politica spagnola per anni.
Dal dicembre 1925 Primo de Rivera tentò di dare al regime una base politica più solida, sostituendo il Direttorio militare con un governo in parte composto da civili. In questo periodo furono promossi importanti investimenti pubblici nelle infrastrutture: strade, ferrovie, grandi opere idrauliche per lo sviluppo dell’agricoltura e reti di comunicazione. Lo Stato intervenne attivamente nell’economia attraverso società pubbliche e partecipazioni statali. La CAMPSA, il monopolio statale sui carburanti, e la Telefonica, società nazionale delle telecomunicazioni, nacquero in questo periodo.
La crescita economica della seconda metà degli anni Venti, favorita anche da un contesto internazionale relativamente favorevole, contribuì a rendere questi anni un momento di relativo benessere per molti settori della popolazione.
Sul piano politico, nel 1924 fu fondata l’Unione patriottica, un movimento che si proponeva di mobilitare i cittadini attorno ai valori dell’ordine, della patria e della religione, al di fuori dei tradizionali partiti politici. Tuttavia rimase un organismo burocratico e privo di reale vitalità, incapace di trasformarsi in un partito di massa.
Sul piano sociale, il regime tentò di ridurre il conflitto tra capitale e lavoro attraverso organismi corporativi che riunissero rappresentanti dei datori di lavoro e dei lavoratori sotto la tutela dello Stato. I comitati paritetici istituiti dal governo divennero l’ossatura di questo sistema.
In questo contesto, il Partido Socialista Obrero Español e il sindacato UGT scelsero una posizione di collaborazione pragmatica con il regime, distinguendosi dalla CNT anarchica che rimase invece in opposizione. Questa scelta sarebbe stata oggetto di dibattito interno ai socialisti per anni. Il tentativo corporativo non riuscì tuttavia a creare una partecipazione politica stabile e rimase largamente dipendente dall’autorità governativa.
Nonostante alcuni risultati sul piano economico e nelle infrastrutture, la dittatura accumulò progressivamente tensioni che ne avrebbero accelerato la crisi. Il nazionalismo catalano fu affrontato con misure repressive: il catalano fu escluso dagli usi ufficiali e dalle scuole, e le istituzioni culturali catalane subirono pressioni. Questo provocò un’alienazione crescente della borghesia catalana, che aveva inizialmente guardato con una certa simpatia al colpo di Stato come strumento di ordine. Il mondo intellettuale e universitario mostrò un’opposizione sempre più aperta. Filosofi come Miguel de Unamuno, che fu esiliato per le sue critiche pubbliche al regime, divennero simboli della resistenza culturale alla dittatura. Anche all’interno dell’esercito emersero resistenze: alcune correnti di ufficiali, in particolare quelli legati all’arma di artiglieria che Primo de Rivera aveva penalizzato con alcune riforme, manifestarono il proprio malcontento. Sul piano costituzionale, il tentativo di dotare il paese di un nuovo ordinamento istituzionale non andò in porto: un’assemblea consultiva nazionale istituita nel 1927 con il compito di elaborare una nuova costituzione non riuscì a completare il proprio lavoro.
La crisi economica internazionale che seguì il crollo di Wall Street nell’ottobre 1929 colpì anche la Spagna. Pur essendo relativamente meno integrata nei mercati finanziari internazionali rispetto ad altre economie europee, il paese risentì del rallentamento economico globale e dell’indebolimento della fiducia degli investitori.
La peseta si indebolì, i capitali fuggirono all’estero e le critiche al governo si moltiplicarono. Il consenso costruito negli anni di relativa prosperità iniziò a erodersi rapidamente. Nel gennaio 1930 Primo de Rivera compì un gesto insolito, consultando i Capitani Generali dell’esercito per verificare se disponesse ancora del loro appoggio. La risposta fu deludente. Privo del sostegno militare necessario per continuare a governare, il 28 gennaio 1930 presentò le proprie dimissioni al re Alfonso XIII. Pochi giorni dopo lasciò la Spagna e si trasferì a Parigi, dove morì il 16 marzo 1930, probabilmente a causa di complicazioni legate al diabete, aggravate dallo stress degli ultimi mesi di governo.
La sua uscita di scena non salvò la monarchia. Al contrario, il legame instaurato tra Alfonso XIII e la dittatura aveva indebolito irreversibilmente la posizione del sovrano. I governi che si succedettero nel 1930 non riuscirono a trovare una via di uscita stabile. Nell’aprile 1931 le elezioni municipali si trasformarono in un plebiscito sulla monarchia: di fronte alla netta vittoria repubblicana nelle principali città, Alfonso XIII lasciò la Spagna senza abdicare formalmente. Fu proclamata la Seconda Repubblica.
Gli storici hanno interpretato in modi diversi l’esperienza di Primo de Rivera. Una parte della storiografia ha sottolineato il carattere modernizzatore del regime, evidenziando gli investimenti in infrastrutture, la crescita economica degli anni Venti e la risoluzione del problema marocchino. Altri studiosi hanno invece posto l’accento sui limiti strutturali del regime: l’incapacità di creare istituzioni stabili, la mancata soluzione delle questioni regionali, la dipendenza dal sostegno dell’esercito e la fragilità di un consenso costruito sulla prosperità economica piuttosto che su una legittimità democratica. Va anche considerato il rapporto tra la dittatura di Primo de Rivera e il fascismo europeo. Il regime spagnolo degli anni Venti presentava elementi di analogia con i regimi autoritari dell’epoca, ma anche differenze significative. La sua classificazione resta tuttora oggetto di dibattito storiografico. A differenza del fascismo italiano o del nazionalsocialismo tedesco, non si fondò su un partito di massa con una forte ideologia totalitaria, non ricorse a una violenza sistematica di Stato contro i propri avversari e non elaborò una dottrina politica coerente. Fu piuttosto un governo autoritario di stampo tradizionale, più vicino ai pronunciamientos ottocenteschi che ai fascismi novecenteschi.
La dittatura del 1923-1930 costituisce in ogni caso un passaggio fondamentale nella storia spagnola del Novecento. Molti protagonisti della generazione successiva si formarono politicamente durante quegli anni, sia nell’opposizione al regime sia, in alcuni casi, nella sua orbita. Tra questi vi era il figlio del generale, José Antonio Primo de Rivera, che al momento della morte del padre aveva ventisei anni. Nel giro di pochi anni avrebbe fondato la Falange Española, dando vita a uno dei movimenti politici più influenti e discussi della storia contemporanea spagnola. Il nome di Primo de Rivera rimase così al centro della storia spagnola ben oltre la fine della dittatura, attraverso la figura del figlio e attraverso le memorie contrastanti che il regime aveva lasciato in una società profondamente divisa.