
DINAMICA DEL CONFLITTO
La guerra è un sistema. Questo va stabilito prima di tutto, come si stabilisce la posizione di un oggetto nello spazio prima di descriverne il movimento. Non un’aberrazione, non un’eccezione, ma un sistema con le sue leggi di funzionamento, i suoi attori, i suoi cicli, le sue retroazioni. Un organismo che si adatta. Che impara.
Gli esseri umani praticano la guerra da almeno diecimila anni con continuità documentata. La praticavano prima della scrittura. Probabilmente prima della ruota. Questo dato non è un’accusa. È un dato.
Ciò che varia, nel tempo, è il contenitore. La forma. Il giustificativo. La tecnologia. Il numero di morti per metro quadrato. Ciò che non varia, o che varia con la stessa velocità con cui si muovono le placche tettoniche, è la struttura profonda del fenomeno: una collettività che organizza la forza per annullare, ridurre o costringere un’altra collettività. Tutto il resto — i trattati, le bandiere, le ideologie, i discorsi di vittoria — è decorazione.
Carl von Clausewitz lo capì nel modo più diretto possibile: osservando il fenomeno con il microscopio. La guerra napoleonica non era un esercizio di stile militare. Era un evento di massa, industriale nel metodo se non ancora nella tecnologia, totale nello spirito. La Prussia di Federico il Grande era un poliedro d’acciaio che nel 1806 a Jena si sciolse come cera sotto una fonte di calore. Nessun manuale lo aveva previsto. Clausewitz aveva ventisei anni. Prese appunti per il resto della vita.
Quello che produsse, Vom Kriege, pubblicato postumo nel 1832, non è un manuale. Non è nemmeno, in senso stretto, una strategia. È il tentativo di costruire un’ontologia della guerra, di identificarne le strutture invarianti attraverso la superficie mutevole degli eventi. Un’operazione che assomiglia più alla filosofia che alla tattica militare. E che, per questo, sopravvisse ai canoni tattici che lo accompagnarono.
La definizione più citata di Clausewitz è nota anche a chi non ha mai aperto il suo libro: la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi. La ripetizione ha logorato la formula, riducendola a citazione accademica. Ma decodificata nella sua struttura logica, essa è rivoluzionaria. Afferma che la guerra non è un fatto naturale e non è nemmeno un incidente della storia. È uno strumento. Ha una grammatica propria, ma è la politica a scrivere il testo. La violenza obbedisce a uno scopo esterno a sé stessa.
Questo significa che la guerra è sempre razionale, anche quando appare irrazionale. Significa che dietro ogni bombardamento, ogni assedio, ogni manovra di fiancata, c’è un calcolo, anche se imperfetto, distorto, fondato su premesse false. Un governo che dichiara guerra ha già risposto, nella propria architettura decisionale, a questa domanda: cosa otteniamo che non possiamo ottenere altrimenti, e a quale costo? La risposta può essere sbagliata. Può essere criminale. Ma esiste.
Eppure Clausewitz non credeva nella guerra come macchina pulita. Anzi, insisteva sulla sua natura fondamentalmente caotica. L’attrito — Friktion — è il concetto attraverso cui descrive la distanza tra il piano e la realtà. Ogni piano di guerra è razionale sulla carta. Ma sul terreno si incontrano pioggia, paura, ordini fraintesi, equipaggiamenti difettosi, comandanti malati, informazioni false. La somma di questi micro-fallimenti produce qualcosa di inatteso, qualcosa che nessun calcolo aveva incorporato. L’attrito è la rugosità della realtà contro la superficie liscia della teoria.
L’altra categoria, la nebbia della guerra — Nebel des Krieges — descrive il problema dell’informazione. Un comandante in battaglia non sa. Non sa dove sono esattamente le forze nemiche, non sa le loro intenzioni, non sa se il messaggio che ha inviato è arrivato, non sa se il reggimento alla sua sinistra ha tenuto la posizione. Decide nell’incertezza. Sempre. Anche oggi, con satelliti in orbita bassa, droni ad alta quota e algoritmi di intelligence artificiale che trattano petabyte di dati al secondo. L’incertezza non è un difetto del sistema. È il sistema.
Da qui nasce la trinità clausewitziana, un modello a tre poli in cui la guerra si genera e si trasforma. Il primo polo è il popolo, portatore di passione, odio, paura, sacrificio. Il secondo sono le forze armate, dominio del caso, della creatività tattica, del coraggio fisico. Il terzo è il governo, che rappresenta la sfera della razionalità politica, del calcolo, dell’obiettivo. Questi tre elementi non si equivalgono e non si sostituiscono. Si bilanciano. Si erodono a vicenda. Una guerra condotta senza il consenso del popolo si consuma dall’interno. Una guerra condotta senza la competenza delle forze armate perde ogni aderenza al terreno. Una guerra condotta senza direzione politica chiara si disperde in battaglia.
Il modello è terribilmente preciso per descrivere quello che accade quando uno dei poli si squilibra. Nella guerra del Vietnam il governo americano perseguì obiettivi politici incoerenti, l’esercito era tatticamente competente, il popolo diventò progressivamente ostile. Il modello si disintegrò. Nella guerra sovietica in Afghanistan la struttura era la stessa e il collasso seguì lo stesso schema. Nella Seconda guerra del Golfo il governo agì sulla base di una visione distorta della realtà, l’esercito risultò efficiente solo nella prima fase e il popolo iracheno, con la sua complessità tribale e religiosa, non venne mai incorporato correttamente nel calcolo, con un esito prevedibile.
Il centro di gravità, un’altra categoria clausewitziana, indica il punto nevralgico del sistema avversario. Non necessariamente il punto più forte o più difeso, ma il punto la cui distruzione o neutralizzazione produce effetti sistemici. In Napoleone era l’esercito: eliminarlo significava eliminare il regime. In alcune guerre moderne il centro di gravità è la volontà politica della popolazione nemica, più che la sua capacità militare. Le campagne di bombardamento strategico della Seconda guerra mondiale — Dresda, Tokyo, Hiroshima — furono tentativi di colpire questo centro, con risultati empiricamente ambigui.
TOPOLOGIA DEL POTERE
Tuttavia la guerra non si combatte solo sulla terra. Si combatte nello spazio. E lo spazio ha una struttura.
Alfred Thayer Mahan, ammiraglio e storico statunitense, pubblicò nel 1890 The Influence of Sea Power upon History, un’opera che trasformò il modo in cui le grandi potenze concepivano sé stesse. Mahan era un uomo del mare che pensava come un teorico politico. Per lui il mare non era un’estensione geografica, un’assenza di terra. Era un mezzo. Una via. Una risorsa strategica il cui controllo determinava di conseguenza il commercio mondiale, le comunicazioni tra i continenti, la capacità di proiettare forza a distanza.
Il concetto di Sea Power non si riduceva a una marina militare efficiente. Era la combinazione di flotta da guerra, flotta mercantile, basi strategiche distribuite lungo le rotte principali, cultura nazionale orientata al mare e volontà politica capace di investire in modo coerente nel lungo periodo. Non un’arma, dunque, ma un sistema. Di nuovo.
Il command of the sea era per Mahan l’obiettivo centrale di ogni grande potenza marittima. Non la difesa costiera, non la guerra di corsa, ma il controllo effettivo dello spazio oceanico, ottenuto attraverso battaglie decisive e concentrazione delle forze. La Royal Navy ne fu il modello storico: dall’Atlantico all’Indo-Pacifico, per quasi due secoli, la Gran Bretagna determinò la libertà di navigazione, regolò i flussi commerciali e decise quali economie potessero prosperare e quali invece dovessero essere strangolate.
Mahan identificava sei variabili strutturali della forza marittima di una nazione: posizione geografica, conformazione del territorio costiero, estensione territoriale con sbocchi al mare, dimensione della popolazione, carattere culturale orientato alla navigazione, volontà politica di investire nella potenza navale. Sei variabili che costituivano un protocollo per costruire un impero. Non scritto come tale, ma così interpretato da chiunque lo incontrasse.
Theodore Roosevelt lesse il libro di Mahan. Il Kaiser Guglielmo ne promosse la diffusione all’interno della Marina imperiale tedesca. L’Accademia navale imperiale giapponese lo adottò come testo di riferimento. Nel giro di un decennio dalla loro pubblicazione, le idee di Mahan stavano riscrivendo i piani di costruzione navale di almeno quattro grandi potenze. Un libro che ebbe come conseguenza milioni di tonnellate di acciaio messe in mare.
Gli Stati Uniti, suggeriva Mahan, possedevano una predisposizione geografica straordinaria: due coste su oceani distinti, una posizione dominante nell’emisfero occidentale, un potenziale che non era stato ancora pienamente mobilitato. Il paese aveva vissuto fino ad allora con una marina relativamente modesta, orientata alla difesa costiera. La teoria del Sea Power fornì la struttura concettuale che legittimò e accelerò la trasformazione americana in potenza globale, accompagnando l’espansione oltremare che condusse all’annessione delle Hawaii nel 1898, alla vittoria nella Guerra ispano-americana e al controllo di Filippine, Porto Rico e Guam, fino alla costruzione del Canale di Panama.
La distinzione mahaniana tra flotta costiera e Blue-Water Navy — marina d’alto mare — è una distinzione politica prima ancora che tecnica. Una flotta costiera difende il territorio. Una Blue-Water Navy proietta il potere. La differenza non è di dimensioni, ma di visione strategica. Un paese con solo flotta costiera è un paese che si difende. Un paese con una marina d’alto mare è un paese che si espande. Non necessariamente attraverso la guerra — anche attraverso il commercio, la diplomazia, la presenza militare che non spara ma che è lì, visibile, come monito.
LOGICHE DELLO SPAZIO
Ma lo spazio non è solo il mare. E il mare non è solo acqua.
Carl Schmitt — giurista e teorico politico — pubblicò nel 1942, in piena guerra mondiale, un saggio che sembra scritto da un’altra epoca: Land und Meer. Non è un saggio di strategia. Non è nemmeno giurisprudenza. È un tentativo di leggere la storia mondiale attraverso due categorie spaziali fondamentali: la terra e il mare come spazi esistenziali, come strutture ordinatrici della vita collettiva e del potere politico.
L’argomento di Schmitt è semplice nella formulazione, profondo nelle implicazioni. Le società nate sulla terra sviluppano forme di organizzazione politica caratterizzate dalla fissità, dal confine, dalla sovranità territoriale, dall’ordine stabile. Le civiltà nate sul mare, o quelle che al mare si sono votate deliberatamente, producono forme di potere radicalmente diverse: mobili, commerciali, orientate allo scambio, refrattarie a tracciare confini definitivi. Queste due logiche non sono semplicemente diverse tra loro. Sono incompatibili nella struttura, anche quando convivono nello stesso momento storico.
L’essere umano, dice Schmitt, nasce come creatura della terra. È radicato nel suolo, nella permanenza, nella tracciatura dei confini. La terra dà misura. Il mare invece sottrae misura. L’oceano non si può possedere, non si può dividere con linee stabili, non si può abitare nel senso in cui si abita un villaggio o una città. Il mare si percorre, si controlla, si attraversa, ma non si possiede. E questa differenza strutturale si riversa inevitabilmente nelle forme politiche.
La svolta che Schmitt individua come decisiva è la scoperta dell’America alla fine del XV secolo. Non la scoperta in sé, ma le sue conseguenze strutturali: la ridefinizione dell’orizzonte dell’umanità e l’allargamento irreversibile dello spazio politico a scala planetaria. Nasce così un nuovo sistema di relazioni tra le potenze europee, fondato sulla distinzione tra spazio ordinato e spazio aperto. Il primo è l’Europa, regolata dallo jus publicum europaeum. Il secondo è il resto del mondo, disponibile per l’occupazione, la colonizzazione, lo sfruttamento.
Lo jus publicum europaeum è il sistema giuridico-politico che Schmitt descrive come il grande tentativo europeo di regolamentare la guerra. Tra il XVII e il XIX secolo, le potenze europee svilupparono un codice implicito, mai del tutto formalizzato, ma reale nella pratica. I conflitti dovevano svolgersi tra eserciti regolari, con distinzione tra combattenti e civili, con possibilità di negoziato, resa, pace. La guerra veniva contenuta entro forme. Diventava, in senso tecnico, duellistica, uno scontro tra soggetti riconosciuti, con regole condivise.
Ma questa regolamentazione aveva un limite geografico preciso: si applicava allo spazio europeo. Oltre i confini, nelle colonie, nello spazio aperto, nessuna regola si applicava. La violenza coloniale non era guerra nel senso del jus publicum europaeum. Era altro, qualcosa per cui non esisteva nemmeno un nome preciso. La distinzione era brutale nella sua chiarezza: dentro il sistema ci sono regole, fuori dal sistema no.
Schmitt identifica nell’Inghilterra il caso paradigmatico della potenza che ha scelto il mare. Non come strategia temporanea, ma come metamorfosi strutturale. L’Inghilterra non divenne semplicemente una potenza con una buona marina: divenne una potenza marittima nella sua organizzazione politica, economica, culturale. Il commercio globale fungeva da motore dell’Impero. La flotta controllava le rotte. La colonia era un nodo di una rete di scambi, non un possesso territoriale da difendere a ogni costo. Il British Empire fu, nella sua struttura profonda, una macchina commerciale protetta da una macchina militare navale.
E la logica marittima è, per sua natura, totale in ambito bellico. La logica terrestre produce la battaglia campale, un evento localizzato, relativamente breve, con un vincitore e un perdente. La logica marittima produce invece il blocco: un meccanismo di strangolamento economico progressivo che colpisce l’intera popolazione nemica, non solo i suoi soldati. I blocchi navali delle due guerre mondiali portarono questa logica a un livello di sistematicità industriale.
L’avvento del XX secolo introduce nello schema schmittiano una terza dimensione — quella aerea — che rompe definitivamente la distinzione tra fronte e retroterra, tra combattenti e non combattenti. Se la terra produce confini e la guerra di trincea, se il mare produce rotte e la guerra di blocco, l’aria non produce nulla di fisso. Produce ubiquità. La capacità di colpire qualsiasi punto geografico senza che esista una linea difensiva che possa garantire protezione. Dresda nel febbraio del 1945. Tokyo nel marzo del 1945. Hiroshima e Nagasaki nell’agosto del 1945. La guerra aerea di sterminio di massa è la conseguenza logica dell’ubiquità aerea e non soltanto una sua deviazione.
GEOMETRIA DEL POTERE
C’è un filo che attraversa Clausewitz, Mahan e Schmitt, tre pensatori distanti per epoca, formazione e intenzione, connettendoli in qualcosa di più grande di ciascuno di loro presi singolarmente. Il filo è questo: la guerra è sempre anche una questione di spazio.
Non solo spazio fisico — la terra, il mare, il cielo –, ma anche spazio politico, economico, della comunicazione e dell’informazione. Chi controlla lo spazio determina le condizioni entro cui gli altri devono operare. Chi determina le condizioni vince, anche se non vince ogni battaglia.
La Gran Bretagna non vinse contro Napoleone perché aveva eserciti migliori. La sua potenza bellica era spesso inferiore a quella francese in numero e in coesione tattica. Vinse perché controllava i mari. E il controllo dei mari significava che Napoleone non poteva ferire il sistema economico britannico, né impedire alle merci inglesi di circolare, né tagliare le linee di rifornimento che alimentavano le coalizioni antifrancesi. La vittoria fu economica prima che militare. Fu spaziale.
L’Unione Sovietica vinse contro la Germania nazista, nonostante perdite umane e materiali di enormi proporzioni, perché lo spazio geografico russo era esso stesso un attore nella guerra. La profondità strategica del territorio assorbiva le avanzate. Gli Urali funzionavano da linea di produzione industriale inaccessibile alle forze tedesche. Le distanze trasformavano ogni avanzata in una lenta dissoluzione delle linee di rifornimento. L’Unione Sovietica aveva perso campagne, città, popoli interi. Ma non aveva perso lo spazio.
Gli Stati Uniti compresero prima di chiunque altro, nel XX secolo, che lo spazio rilevante non era più solo il territorio o il mare. Era anche, e sempre più, lo spazio economico, tecnologico, comunicativo.
Anche la corsa agli armamenti nucleari era, nella sua logica profonda, una questione di spazio. Chi controllava il numero di missili e la loro portata determinava quale spazio geografico stava sotto la propria protezione e quale era, di fatto, indifendibile.
Una piccola osservazione sulla deterrenza nucleare: non si può non notare quanto sia profondamente clausewitziana nella struttura. È la violenza come strumento della politica ridotta alla sua forma più pura. La minaccia di distruzione è talmente devastante da rendere razionalmente impossibile, per qualunque governo, scegliere la guerra. La guerra assoluta diventa quindi un deterrente alla guerra reale. Il paradosso è perfetto, quasi elegante: si costruisce la capacità di annientamento per non doverla mai usare. Si minaccia il disastro assoluto per garantire la pace.
Funziona. O almeno, dal dopoguerra a oggi non ci sono state guerre dirette tra nazioni dotate di arsenali nucleari. Si sono combattute guerre — Corea, Vietnam, Afghanistan, Iraq —, ma le potenze nucleari coinvolte, in modo più o meno diretto, hanno sempre evitato con cura sistematica di attraversare la soglia che avrebbe portato all’uso dell’atomica.
La guerra limitata diventa dunque una conseguenza della guerra assoluta resa impossibile. Clausewitz avrebbe apprezzato la simmetria.
GUERRA MULTIDOMINIO
Il panorama contemporaneo mostra la stessa struttura suddivisa in terra, mare, spazio, informazione, ma in una configurazione nuova.
Il Mar Cinese Meridionale è un teatro dove la logica mahaniana si riproduce con una precisione quasi didattica.
La Cina costruisce isole artificiali su atolli sommersi, le attrezza con piste di atterraggio e sistemi missilistici, rivendica zone economiche esclusive. L’obiettivo non è possedere scogli tecnologici in mezzo all’oceano. Il vero obiettivo è il controllo delle rotte attraverso cui passa il trenta per cento del commercio mondiale: lo stretto di Malacca. Un chokepoint strategico che Mahan avrebbe immediatamente riconosciuto, una proiezione verso l’Oceano Indiano come necessità di una potenza che dipende dall’importazione di energia fossile e dall’esportazione di manufatti. Sea Power nel XXI secolo. La geografia non è cambiata. La struttura del problema è la stessa che Mahan descriveva nel 1890.
La guerra in Ucraina dal 2022, osservata con la freddezza analitica di uno strumento di misura, mostra la trinità clausewitziana sotto stress estremo da entrambe le parti.
Sul fronte russo il governo ha perseguito obiettivi politici che si sono rivelati più complessi del previsto. Le forze armate hanno mostrato limiti organizzativi e logistici significativi. La popolazione ha subito la pressione della mobilitazione, e il suo consenso alla guerra è difficile da misurare con precisione. Sul fronte ucraino il governo ha mantenuto una notevole coerenza degli obiettivi. Le forze armate hanno assorbito un apprendimento accelerato in condizioni estreme. La popolazione ha mostrato una resilienza che nessun calcolo prebellico aveva correttamente previsto.
L’attrito clausewitziano è visibile in ogni fase dell’operazione: nei carri armati rimasti senza carburante nelle prime settimane, nella difficoltà di coordinamento tra unità, nelle perdite che hanno superato ogni stima. La nebbia della guerra è visibile in ogni dichiarazione di obiettivo raggiunto che si rivela poi prematura.
Lo spazio informatico è diventato un dominio di conflitto con le stesse caratteristiche di ubiquità che Schmitt attribuiva alla dimensione aerea: nessun confine fisico difendibile, possibilità di colpire qualunque punto connesso, asimmetria tra costo di attacco e costo di difesa. Stuxnet — il codice che tra il 2009 e il 2010 sabotò le centrifughe iraniane per l’arricchimento dell’uranio — fu un’operazione militare condotta senza sparare un colpo, senza violare confini fisici, senza dichiarare guerra. Fu Clausewitz senza proiettili: politica con altri mezzi, in questo caso digitali.
INVARIANTI DEL CONFLITTO
La guerra cambia le sue forme. Le sue strutture profonde no.
L’attrito esiste ancora nelle reti di comunicazione sovraccariche, nei sistemi d’arma che non si interfacciano tra loro, nei soldati che non ricevono ordini in tempo. La nebbia della guerra esiste ancora nell’intelligence che sbaglia, nelle immagini satellitari che mostrano movimenti ma non intenzioni, nei segnali interpretati secondo la narrativa già consolidata invece che secondo i dati. La trinità — popolo, esercito, governo — esiste ancora, anche quando il popolo è frammentato tra media contrapposti, l’esercito comprende contractor privati e milizie irregolari, e il governo è una coalizione di interessi che stenta a produrre un obiettivo coerente.
Il comando del mare esiste ancora. Nessuna grande potenza può permettersi di ignorare le proprie proiezioni navali, nessun paese dipendente dal commercio estero può ignorare la vulnerabilità delle sue rotte oceaniche. I chokepoints esistono ancora: Malacca, Hormuz, Suez, il canale di Panama, lo stretto di Bab el-Mandeb. Chi li controlla o li minaccia controlla o minaccia qualcosa che vale molto più di quei pochi chilometri di acqua.
La distinzione schmittiana tra logiche terrestri e logiche marittime esiste ancora, ed è diventata più complessa con l’aggiunta di logiche aeree, spaziali e digitali. Le potenze terrestri cercano sbocchi al mare. Quelle marittime cercano basi terrestri. Le potenze emergenti costruiscono marine d’alto mare perché hanno capito — leggendo Mahan o semplicemente guardando la storia — che il potere globale richiede il controllo degli oceani.
Quello che Clausewitz chiamava guerra assoluta, ossia la violenza tendente all’escalation illimitata, è oggi contenuta, nel caso delle potenze nucleari, dal terrore reciprocamente assicurato. Ma permane come logica di sfondo, come pressione costante contro i limiti politici che la contengono. Ogni conflitto è condotto con la consapevolezza implicita di quel limite. Ogni escalation viene misurata non solo in termini di costi militari, ma anche in termini di distanza dalla soglia critica. La guerra reale danza attorno alla guerra assoluta senza avvicinarsi troppo. Per ora.
Il sistema processa le variabili. Aggiorna i parametri. Produce output.
L’output è sangue, tecnologia, territorio, influenza, risorse, ordini politici nuovi e rovine di ordini politici vecchi. L’output è anche Westfalia, il Congresso di Vienna, le Nazioni Unite, i trattati di controllo degli armamenti: tutti tentativi del sistema di regolare sé stesso, di inserire smorzatori nell’amplificatore del conflitto.
Questi tentativi hanno avuto successo relativo e parziale. Il numero di morti per guerra nel XXI secolo è inferiore, in percentuale sulla popolazione mondiale, a quello del XX. Quest’ultimo è stato il secolo più sanguinoso della storia documentata. Il confronto non è rassicurante come potrebbe sembrare.
Il sistema infatti continua. I suoi meccanismi sono osservabili, classificabili, in parte prevedibili. Ma non evitabili per via della sola osservazione. Un sismografo non ferma i terremoti. Registra le scosse.