
Nella seconda metà del V secolo avanti Cristo, la Grecia si stava già avviando verso la fine del suo apogeo. Una caduta provocata non da un’invasione persiana né da un cataclisma della natura, ma dalla stessa Grecia. Dalle sue due città più importanti, che troppo a lungo si erano credute il centro del mondo: Atene la sapiente e Sparta la guerriera. Da un lato l’Attica, con i suoi teatri, i filosofi, i templi di marmo e d’oro, la democrazia recitata come tragedia; dall’altro il Peloponneso, chiuso e cupo, fatto di silenzi, scudi consunti e corpi temprati dal coraggio e dal dolore.
Un tempo Atene e Sparta erano state alleate. Avevano combattuto assieme a Salamina contro i Persiani e, prima ancora, condiviso l’orgoglio di Platea, dove l’invasore era stato ricacciato oltre i confini del mondo greco.
Dopo quella vittoria, però, l’Ellade si era divisa progressivamente in due sfere d’influenza. Attorno ad Atene si erano raccolte molte città dell’Egeo nella lega delio-attica, nata per continuare la guerra contro i Persiani ma presto trasformata in un vero impero marittimo, mantenuto con tributi e flotte. Sparta, dal canto suo, guidava la lega peloponnesiaca, un’alleanza terrestre di città gelose della propria autonomia ma unite dalla diffidenza verso la crescente potenza ateniese.
L’equilibrio tra queste due coalizioni era fragile per motivi politici ed economici, ma soprattutto perché l’orgoglio non tollera compagni. Così quando Atene – spinta dall’ambizione egemonica di Pericle – cominciò a intromettersi negli affari altrui, Sparta vide in quella hybris un affronto all’equilibrio stesso della Grecia. Le prime tensioni esplosero a Corcira e Potidea, città che avevano rapporti con entrambe le potenze; ma fu soprattutto Megara, piccolo centro alleato di Sparta, a subire il colpo più grave: Atene le impose un embargo commerciale, strozzandola come una città sotto assedio. La guerra covava da anni come un’infezione latente, poi all’improvviso si diffuse senza avvertimenti né cerimonie. Era il 431 avanti Cristo.
Durò ventisette anni. Fu il conflitto più lungo e sanguinoso che i greci avessero mai visto. Ebbe tre volti, come le stagioni dell’uomo: uno giovane e brutale, uno folle e ambizioso, uno vecchio e disperato.
La prima fase, detta archidamica, fu aperta dal re spartano Archidamo, che invase l’Attica con la metodicità di chi ara la terra. Atene si chiuse dietro le sue Lunghe Mura, illusa di poter dominare la guerra come aveva dominato il commercio. Ma la peste – giunta attraverso il Pireo dall’Egitto o da terre ancora più lontane – incrinò quell’illusione. Il primo vero colpo non venne dunque dalle armi, ma da un morbo che non distingueva tra ricco e povero, tra cittadino e schiavo. Si moriva di febbre e di sete, ma anche di paura, ché quando l’ordine si disgrega, il dolore diventa delitto.
Pericle stesso, l’uomo che aveva fatto di Atene un faro di civiltà, soccombette alla peste. E con lui morì quell’ideale di bellezza e misura che aveva tenuto a freno l’orgoglio ateniese. Dopo di lui, Atene ebbe altri capi, ma mai più un padre. Tucidide, che quegli anni visse e raccontò con la fredda precisione di un chirurgo, lasciò scritto che Pericle teneva il popolo libero trattenendolo al tempo stesso. Una virtù rara, che non si tramanda.
Tra i successori di Pericle, nessuno fu più brillante e più dannato di Alcibiade. Giovane, bello come un dio e privo di quella virtù austera che rende gli uomini affidabili, fu il simbolo stesso dell’Atene decadente: seduttore, stratega, oratore, traditore. Plutarco lo descrive come un uomo capace di assumere qualunque colore, come il polipo che muta secondo il fondale. Era amato dal popolo e temuto dai saggi. Socrate, che lo aveva avuto tra i suoi discepoli, sapeva che in quell’animo splendido albergava qualcosa di irredimibile.
Nel frattempo, il conflitto si allargava anche lontano dalle mura dell’Attica. I peloponnesiaci, con il generale Brasida – uno spartano atipico, capace di diplomazia oltre che di audacia – colsero successi in Tracia e sottrassero ad Atene la colonia di Anfipoli. Gli ateniesi risposero a Pilo, dove Cleone e Demostene intrappolarono un intero contingente spartano sull’isoletta di Sfacteria. Più di duecento opliti si arresero; uno scandalo per Sparta, che aveva fatto della morte in battaglia il proprio sigillo d’onore.
Nel 421, le due città – i due mondi – firmarono la pace di Nicia, una tregua che sarebbe dovuta durare cinquant’anni. In realtà già nel 418 si tornò a combattere a Mantinea, una battaglia che ristabilì la supremazia spartana nel Peloponneso e provocò il passaggio da uno schieramento all’altro di alcune città, rivelando quanto instabili e mutevoli fossero le alleanze.
Nel 415 Alcibiade convinse l’Assemblea ad accogliere la richiesta d’aiuto di Segesta, una città nella parte nord-occidentale della Sicilia, attaccando Siracusa, la città più potente dell’isola – un episodio che segnò la seconda fase della guerra, caratterizzata dalle campagne ateniesi fuori dall’Egeo. Si trattò di una mossa azzardata, visto che Atene già stentava a controllare il suo mare. Nel 415 la flotta era pronta, composta da più di centotrenta triremi con a bordo migliaia tra opliti, fanti, arcieri e frombolieri. Un investimento enorme, perché l’ipotesi di una sconfitta non poteva nemmeno essere presa in considerazione.
Tuttavia, pochi giorni prima della partenza, qualcuno di notte mutilò le erme, statue sacre che presidiavano le strade di Atene. Un sacrilegio, un presagio, o forse semplicemente una bravata di ubriachi. Alcibiade fu accusato del misfatto e chiese di essere processato subito; l’Assemblea preferì rimandare il giudizio e lasciarlo partire con la flotta. Poco dopo, però, una nave lo raggiunse con l’ordine di riportarlo ad Atene per il processo. Alcibiade non si fidò e fuggì a Thurii, in Magna Grecia, donde passò a Sparta, compiendo uno dei più clamorosi tradimenti del mondo classico. Ma questo Giasone attico, capace di vendere se stesso per una nuova avventura, scappò anche dalla Laconia, poiché temeva di essere assassinato, e trovò riparo in Lidia, presso il satrapo persiano Tissaferne.
A causa della defezione di Alcibiade, il generale Nicia si ritrovò a guidare da solo una spedizione in cui non aveva mai creduto. Cercò di isolare Siracusa costruendo mura e fortificazioni per bloccare ingressi e rifornimenti, come gli ateniesi avevano fatto con successo in passato, ma questa volta la tattica si rivelò inefficace. Sparta inviò in aiuto dei siracusani il generale Gilippo, che riorganizzò la difesa e trasformò l’assedio in una lunga guerra di logoramento.
Quando gli ateniesi decisero di ritirarsi, era ormai troppo tardi. La flotta fu distrutta nel porto di Siracusa e l’esercito, costretto alla fuga nell’entroterra, si disgregò tra fame, sete e inseguimenti. I superstiti, stremati, furono catturati e gettati nelle Latomie, cave di pietra sotto il sole spietato della Sicilia, dove si moriva lentamente, divorati dalla fame, dalla sete e dagli insetti. Anche Nicia fu catturato; Gilippo voleva portarlo a Sparta come trofeo di guerra, ma i siracusani decisero di giustiziarlo.
Era il 413. Atene aveva perduto forse quarantamila uomini tra soldati e rematori, tuttavia ancora non immaginava la portata della rovina a cui stava andando incontro.
Nello stesso anno Sparta affondò il coltello nella piaga occupando Decelea, nel cuore dell’Attica. Non si trattava più di semplici razzie stagionali, ma di un presidio permanente che impediva ad Atene di muovere liberamente truppe e rifornimenti. Ventimila schiavi fuggirono verso le linee nemiche, abbandonando le miniere d’argento del Laurio, dove lavoravano come manodopera per l’estrazione. Atene perse così la principale fonte di guadagno con cui manteneva la flotta.
Fu l’inizio dell’ultima fase della guerra, detta deceleica o ionica, perché il conflitto si spostò anche sulle coste dell’Asia Minore. Qui le città greche soggette ad Atene cominciarono a ribellarsi una dopo l’altra, aiutate da Sparta. Il perimetro del potere ateniese si ridusse progressivamente, mentre i nemici crescevano. La città, abituata al comando, imparava a conoscere la paura dell’assedio non solo in patria, ma anche nei suoi dominî lontani.
Atene però non si arrese. Con una testardaggine quasi commovente continuò a costruire navi, a reclutare rematori, a inventarsi alleanze. Persino Alcibiade rientrò, per qualche anno, sotto le insegne ateniesi; la città aveva così tanta fame di gloria da perdonare il suo tradimento.
All’inizio la riscossa sembrò possibile. Nel 406, ad Arginuse, la flotta ateniese inflisse una pesante sconfitta a quella peloponnesiaca, dimostrando che la città non era ancora domata. L’epilogo però fu amaro: otto strateghi vennero accusati di non aver recuperato i naufraghi durante la tempesta che seguì la battaglia, e sei di loro – quelli rientrati ad Atene – subirono la condanna a morte. Uno Stato che giustizia i propri generali vincitori dimostra in modo inequivocabile la propria debolezza.
Nel 405 ad Egospotami, un’insenatura poco nota dell’Ellesponto, Lisandro – ammiraglio spartano freddo come il marmo e scaltro come un sofista – colse la flotta ateniese alla sprovvista. In pochi istanti gli Spartani e i loro alleati incendiarono le triremi e uccisero l’equipaggio. Conone, l’ultimo degli strateghi, riuscì a fuggire con poche navi verso Cipro, come un naufrago disperso nel mare della sconfitta.
La via del grano – le rotte che portavano ad Atene i rifornimenti essenziali, in particolare il grano dal Mar Nero – era ormai chiusa e la città, priva di scorte e con la flotta annientata, si trovò ad affrontare fame e disperazione.
Nel 404 le truppe spartane entrarono ad Atene e si ritrovarono a marciare tra gli spettri. I muri furono abbattuti non al suono delle trombe, come vuole un certo immaginario romantico, ma dei flauti, strumenti di festa e di simposio, quasi a suggerire che quella distruzione fosse più una celebrazione che un trionfo militare.
Sparta non ascoltò le alleate Corinto e Tebe, che chiedevano il massacro della popolazione. Scelse invece l’umiliazione. Nella città che si vantava della propria democrazia illuminata, le truppe occupanti imposero i Trenta Tiranni, guidati dal feroce Crizia; un’oligarchia composta da ateniesi scelti tra le famiglie più ricche e filospartane, che governò con purghe e liste di proscrizione. Atene, per la seconda volta dopo la peste, passò dall’intelletto e dal sentimento al basilare istinto di sopravvivenza.
I Trenta Tiranni tuttavia durarono poco. Trasibulo, un generale ateniese rifugiatosi a Tebe, rientrò con un pugno di esuli e rovesciò il regime. La democrazia tornò, anche se zoppa, quasi irriconoscibile.
Nel 399, in quel clima di restaurazione ferita, Socrate fu condannato a morte. Non era un generale che aveva sbagliato strategia, né un oligarca che aveva governato col terrore. Era solo un uomo convinto che la saggezza si cercasse nella domanda. Ma in una città che aveva visto i propri ideali traditi da chi aveva frequentato i filosofi – Alcibiade e Crizia in primis – il dubbio era diventato pericoloso. Gli ateniesi credettero così di aver fatto i conti con i propri errori, ma attuarono solo la più scontata, e la più inutile, delle vendette.
Sparta vinse, sì, ma nessun Tirteo celebrò quell’impresa. Aveva sconfitto l’avversario, ma non la superbia che aveva messo in moto la guerra. Trent’anni dopo i Lacedemoni furono umiliati a Leuttra dai Tebani di Epaminonda, perdendo per sempre il mito della loro invincibilità. L’Ellade intera, da allora, non fu più la stessa. Le guerre civili non finiscono mai davvero, si seppelliscono, come un fratello ucciso che continua a guardarti negli occhi anche da morto.
Sessant’anni dopo, Filippo di Macedonia scese dal nord con il rozzo vigore di chi conosce solo disciplina e potere. Quel re barbaro non trovò davanti a sé città vive, ma un residuo esangue di civiltà. I Greci si coalizzarono per tentare di fermarlo, ma nel 338 a Cheronea furono travolti. Persero così ciò a cui tenevano di più: la libertà.
Forse, se da questa storia si può trarre una lezione, è che una civiltà sopravvive solo se sa convivere con il dubbio, la misura e il compromesso. Quando l’orgoglio e gli ideali totalizzanti prendono il sopravvento, anche le città più splendide soccombono, convinte fino all’ultimo di meritare la vittoria.