GENSERICO


Quando si parla di Genserico non si può fare a meno di pensare a una delle figure più temibili degli ultimi decenni dell’Impero romano d’Occidente. Nato tra le nebbie di una terra lontana, fu per quasi cinquant’anni re dei Vandali, conducendoli attraverso impressionanti conquiste e dando vita a un regno capace di sconvolgere gli equilibri del Mediterraneo. Da lui scaturì una forza che travolse Roma, ma fu anche un uomo abile nel muoversi tra le sabbie mobili della politica e della diplomazia. Un vero protagonista di un’era di crolli e rinascite.

Genserico nacque nell’attuale Ungheria nel 389 dopo Cristo, figlio illegittimo di Godigisel, re dei Vandali. Questi erano una popolazione germanica inizialmente stanziata sulle coste del mar Baltico e che in seguito, spinta da altri popoli germanici, si era mossa verso l’Europa centrale. Dopo molti spostamenti, nella prima metà del IV secolo d.C. i Vandali si erano stabiliti in Pannonia, una regione compresa tra il Danubio e la Sava, un fiume della Penisola Balcanica. Tuttavia, dopo alcuni decenni di stabilità, un’altra avanzata, stavolta degli Unni, li aveva costretti a cercare nuove terre da colonizzare.
Fu per questo motivo che, intorno al 400 d.C., re Godigisel condusse il suo popolo fino alla Rezia, un territorio oggi compreso tra Svizzera, Italia, Austria e Baviera. In Rezia però fu sconfitto in battaglia dal grande generale Flavio Stilicone, che comunque concesse ai Vandali di vivere nel Norico (tra la Rezia e la Pannonia) come foederati, e cioè alleati, dell’Impero romano d’Occidente. 
Ma questo non bastava a Godigisel, perciò nel 406, a capo di un’orda che oltre al suo popolo comprendeva anche tribù di Svevi, Burgundi e Alani, il sovrano tentò di oltrepassare il Reno, storico limes dell’Impero romano. A bloccare la sua avanzata vi furono i Franchi, foederati imperiali. Lo scontro fu durissimo e lo stesso Godigisel morì in battaglia. Gli successe Gunderico, suo figlio legittimo, che continuò a premere sul limes renano fino a quando, il 31 dicembre del 406, riuscì a spezzare la resistenza dei Franchi e a oltrepassare il fiume nei pressi di Magonza. In seguito l’orda barbara saccheggiò e devastò la Gallia con tale violenza che il vescovo e poeta Orienzio ebbe a scrivere che quella terra «di un solo rogo fumò tutta». 
Due anni più tardi, e cioè nel 409 d.C., Gunderico con il suo popolo, sempre infoltito da tribù di Svevi e Alani (ma non di Burgundi, che erano rimasti sul territorio gallico) valicò i Pirenei ed entrò in Spagna, le cui fiorenti campagne furono depredate con la consueta brutalità. Nel 411 l’imperatore Costantino III riconobbe ai Vandali lo status di foederati, anche se su questo non c’è accordo; secondo lo storico Paolo Orosio, ad esempio, l’occupazione rimase sempre illegale.
In ogni caso, i Vandali cominciarono a espandersi nella penisola iberica, strappando territori alle altre popolazioni germaniche che vi erano stanziate e sottraendo a Roma le città di Cartagena e Siviglia, nonché un’intera flotta. Gunderico era dunque stato capace di farsi spazio all’interno dell’affollata penisola iberica, inoltre aveva aggiunto alla sua corona anche quella degli Alani, che gli si erano sottomessi spontaneamente. Morì a poco meno di cinquant’anni nel 428 dopo Cristo.
Durante il regno di Gunderico, Genserico aveva avuto ampi poteri, ma non aveva mai messo in discussione l’autorità del fratellastro. Adesso però la corona passava sul suo capo e spettava a lui fare delle scelte determinanti per il futuro del suo popolo.
Già da qualche anno i Vandali avevano cominciato le loro scorribande piratesche e il loro raggio d’azione andava man mano ampliandosi; nel 425, ad esempio, avevano razziato le isole Baleari e le coste della Mauretania (corrispondente grossomodo all’odierno Marocco). Tuttavia in Spagna, nonostante le conquiste territoriali, dovevano guardarsi dai Visigoti, barbari alleati dei Romani contro gli altri barbari. Genserico prese allora una decisione rischiosa, ma potenzialmente foriera di grandi opportunità: trasferire il suo popolo nell’Africa romana.
Probabilmente il re vandalo accolse l’invito di Bonifacio, generale romano e governatore della provincia d’Africa, il quale era in guerra aperta con la corte di Ravenna. Bonifacio intendeva servirsi dei Vandali per sconfiggere l’esercito inviatogli contro dal console Costanzo Felice e poi, ottenuto il risultato, avrebbe ricacciato in Spagna quella che lui, probabilmente, vedeva solo come un’ingenua accozzaglia. In realtà il governatore commise un terribile errore, condannando l’Impero romano d’Occidente alla perdita di una delle sue più importanti province.
Genserico e il suo popolo, pressappoco ottantamila persone, si imbarcarono a Julia Traducta, porto nell’estremità meridionale della penisola iberica, e dopo una traversata di quindici chilometri sbarcarono in Nordafrica. Era il 429 dopo Cristo.
L’avanzata fu travolgente: procedendo da ovest a est, i feroci invasori s’impadronirono della Mauretania ed entrarono in Numidia (l’odierna Algeria nord-orientale), costringendo i Romani ad asserragliarsi nella capitale Ippona. Fu lo stesso Bonifacio ad organizzare la resistenza all’assedio; egli infatti era passato di nuovo dalla parte dell’Impero d’Occidente poiché si era riappacificato con Galla Placidia, reggente per conto del figlio undicenne, l’imperatore Valentiniano III.
La città fu assediata per diciotto terribili mesi. Durante le fasi iniziali dell’assedio Sant’Agostino, che di Ippona era vescovo da più di trent’anni, si ammalò e, dopo tre mesi passati in agonia nella sua stanza, morì. Sulla parete di fronte al suo letto aveva fatto scrivere i Salmi penitenziali per averli sempre davanti agli occhi, come se fossero un ponte che da un mondo sconvolto lo avrebbe condotto verso l’Infinito.
Nel 431 Genserico decise di togliere l’assedio e riprendere a depredare i territori intorno alla capitale. Per aiutare gli imperiali d’Occidente a scacciare gli occupanti dal Nordafrica, l’imperatore di Bisanzio Teodosio II inviò delle truppe comandate dal generale barbaro Aspar. Ma Genserico sconfisse ripetutamente le forze congiunte di Bonifacio e Aspar, provocando il crollo delle difese romane. Nel 431 entrò a Ippona e ne fece la sua capitale.
Nel 432 Bonifacio fu richiamato in Italia, dove di lì a poco sarebbe morto a causa delle ferite riportate durante la guerra civile contro l’esercito del magister militum Ezio. Genserico, rimasto senza avversari, continuò il suo assoggettamento della Numidia, ma a un certo punto decise di fermarsi e consolidare i suoi dominî. Le sue truppe, infatti, avevano subito molte perdite e all’orizzonte si profilava una nuova spedizione inviata da Costantinopoli. Il re barbaro, allora, intavolò delle trattative con l’imperatore d’Occidente Valentiniano III, che portarono nel febbraio del 435 alla firma della tregua di Trigezio. Essa stabiliva che ai Vandali era concesso di insediarsi in Mauretania e in parte della Numidia come foederati dell’Impero romano d’Occidente, in cambio di un tributo annuale e della consegna come ostaggio di Unnerico, figlio primogenito del re vandalo.
Con questa mossa Genserico dimostrò di non essere solo il capo carismatico di un popolo in armi, ma anche un politico scaltro. In quel momento, infatti, il suo obiettivo, più che la conquista di nuovi territori e ricchezze, era la formalizzazione della presenza vandala all’interno dell’Impero d’Occidente. Grazie all’accordo lo scopo fu raggiunto e questo diede al sovrano vandalo libertà di movimento.
Ufficialmente infatti i possedimenti dei Vandali in Nordafrica non costituivano un regno, ma di fatto lo diventarono. Genserico agiva come un re indipendente da Ravenna, disponendo a proprio piacimento delle terre occupate. Ridusse in schiavitù o costrinse all’esilio la nobiltà e perseguitò il clero di Roma in nome dell’arianesimo, dottrina cristiana molto diffusa tra le popolazioni germaniche. Inoltre diede di nuovo il via alle scorribande piratesche nel Mediterraneo, razziando in particolar modo le coste della Sicilia.
Nonostante questi soprusi, il patto con Valentiniano III resse. Tuttavia Cartagine era una città troppo ricca e importante per non finire nelle mire di Genserico, che nel 439 d.C. la conquistò senza sforzo e vi trasferì la sua capitale. 
Impadronendosi di Cartagine, il sovrano sottrasse all’Impero anche un’intera flotta di navi da guerra che era attraccata al porto della città. Grazie a questi nuovi mezzi, i pirati vandali poterono moltiplicare i loro assalti, spingendosi fino alla Sardegna e alla Corsica. Valentiniano III autorizzò gli abitanti delle coste ad armarsi per difendersi, ma serviva ben altro per rendere di nuovo sicuro il Mediterraneo. Fu allora che a Costantinopoli l’imperatore Teodosio II decise di soccorrere la pars occidentis dell’Impero, inviando un’imponente flotta di oltre mille navi per scacciare da Cartagine il re barbaro.
A questo punto però accadde un fatto che colse di sorpresa l’Augusto d’Oriente, costringendolo a richiamare la flotta. Gli Unni di Attila e Bleda infatti, dopo aver oltrepassato il limes danubiano e raggiunto i Balcani, avevano dato inizio ai loro efferati saccheggi. Non sappiamo se Genserico ebbe un colpo di fortuna o se si trattò di una mossa studiata; è infatti possibile che i sovrani unni abbiano agito di loro iniziativa, oppure che siano stati pagati dal capo vandalo per distogliere Teodosio II dal suo proposito di liberare Cartagine. 
Ad ogni modo Genserico si trovava adesso in una posizione di forza, ma decise di non eccedere, dimostrando ancora una volta di sapere quando usare le armi e quando la trattativa. L’accordo con Valentiniano III fu siglato nel 442. Quello vandalo in Nordafrica divenne un vero e proprio regno autonomo con capitale Cartagine, riconosciuto dalle corti di Ravenna e Costantinopoli. 
Il re germanico sostituì la precedente nobiltà romano-africana con un’aristocrazia guerriera formata dagli uomini a lui più fedeli, a cui assegnò terre e ricchezze, mentre destinò al clero ariano le proprietà confiscate alla Chiesa di Roma. Inoltre continuò a controllare il Mediterraneo occidentale grazie ai suoi pirati, che poterono proseguire pressoché indisturbati le loro scorrerie.
I rapporti tra Genserico e la corte di Ravenna erano comunque buoni, come dimostra il progetto di matrimonio tra Unnerico, erede al trono vandalo, ed Eudocia, figlia di Valentiniano III e di Licinia Eudossia. In precedenza Unnerico aveva sposato una delle figlie di Teodorico I, re dei Visigoti, a suggello di un’alleanza tra i due popoli germanici. Il re dei Vandali però aveva accusato la nuora di volerlo avvelenare e l’aveva rimandata dal padre dopo averle fatto tagliare il naso e le orecchie.
L’accordo funzionò per più di dieci anni, poi nell’Impero d’Occidente avvennero dei fatti che cambiarono gli equilibri, spingendo Genserico a intervenire direttamente.
La morte di Attila, avvenuta nel 453, rese meno necessaria la presenza nell’Impero d’Occidente di un uomo forte come il magister militum Ezio, vincitore degli Unni nella battaglia dei Campi Catalaunici. Per rilanciare la sua posizione, nel 454 Ezio cercò di imparentarsi con Valentiniano III, proponendo un matrimonio tra suo figlio Gaudenzio e Placidia, la figlia minore dell’imperatore. Il matrimonio però non avvenne e gli eventi presero una piega inaspettata.
Valentiniano infatti rimase coinvolto in una complicata e poco edificante vicenda di debiti di gioco e tradimenti coniugali, in cui furono implicati anche il senatore Petronio Massimo e l’eunuco Eraclio. Dopo molti intrighi, Massimo ed Eraclio, che volevano vendicarsi di Valentiniano ma avevano deciso di sbarazzarsi prima di Ezio, riuscirono a convincere l’imperatore che il suo magister militum aveva intenzione di ucciderlo. Valentiniano allora convocò Ezio a palazzo e, senza lasciargli nemmeno il tempo di difendersi dalle accuse, lo trafisse con la spada. L’omicidio però non rimase impunito: l’imperatore fu assassinato da due guardie della sua scorta che in passato avevano combattuto per Ezio, probabilmente spinte alla vendetta da Petronio Massimo. Il quale, dopo essersi assicurato il sostegno del Senato e aver corrotto i funzionari di palazzo, divenne il nuovo imperatore.
Pochi giorni dopo Petronio Massimo cercò di rafforzare la sua posizione sposando con la forza Licinia Eudossia, vedova di Valentiniano, e combinando un matrimonio tra suo figlio Palladio e l’altra figlia del defunto imperatore, Eudocia.
Genserico considerava Petronio Massimo un usurpatore e dunque stabilì che l’accordo raggiunto anni prima con Valentiniano era decaduto. Ma non si limitò alla rottura dei rapporti diplomatici. Decise infatti che era di nuovo il momento di brandire le armi.
Non sappiamo se Genserico fu chiamato in Italia da Licinia Eudossia o se agì di sua iniziativa. Fatto sta che nel 455 il re vandalo salpò con le sue navi da Cartagine, sbarcò al porto di Traiano e marciò con le sue truppe verso Roma. Approfittando del caos che si era scatenato in città, degli ignoti uccisero Petronio Massimo, lo fecero a pezzi e gettarono i suoi resti nel Tevere.
Genserico entrò nell’Urbe indisturbato. Solo papa Leone Magno gli era venuto incontro alla Porta Portuensis, ma armato esclusivamente della sua eloquenza, con cui comunque era riuscito a strappargli la promessa di non compiere stragi e devastazioni. 
Il re fu di parola. Dal 2 al 16 giugno del 455 le truppe vandale saccheggiarono la Città Eterna, ma non massacrarono la popolazione né distrussero gli edifici, anche perché le loro aspettative furono pienamente soddisfatte. Prelevarono infatti molto oro, argento, bronzo, statue e vasellame. Il palazzo imperiale fu spogliato dei suoi tesori e il tetto aureo del tempio di Giove Capitolino fu per metà smontato e caricato sulle navi insieme al resto del bottino. Inoltre rapirono un gran numero di cittadini per chiederne il riscatto o per rivenderli come schiavi. Considerate un “tesoro politico”, furono rapite anche l’imperatrice Licinia Eudossia e le sue figlie Eudocia, che andò in sposa a Unnerico, e Placidia, e la stessa sorte fu riservata al figlio di Ezio, Gaudenzio.
Genserico fu dunque il terzo condottiero a saccheggiare Roma in oltre mille anni di storia, dopo Brenno con i suoi Galli nel 490 avanti Cristo e Alarico re dei Visigoti nel 410 dopo Cristo. 
Negli anni seguenti le tensioni con l’Impero proseguirono. Il potere del re vandalo non ne uscì scalfito nonostante qualche sconfitta, come ad esempio quella contro la flotta del magister militum Ricimero vicino alle coste della Corsica.
L’ultima grande offensiva romana contro Genserico si ebbe nel 468, allorquando l’Impero occidentale e quello orientale unirono le forze per muovere guerra al re barbaro. Leone I il Trace, imperatore bizantino, strinse infatti un’alleanza con il collega Antemio, un suo generale che l’anno precedente aveva fatto eleggere imperatore d’Occidente. L’obiettivo era di predisporre una poderosa flotta in grado di annichilire le forze navali vandale, che avevano cominciato ad attaccare anche l’Illiria, l’Epiro e la Grecia come ritorsione per la mancata ascesa al trono occidentale di Anicio Olibrio, candidato di Genserico.
La flotta dell’Impero d’Occidente e quella dell’Impero d’Oriente, comandate rispettivamente da Marcellino e da Basilisco, inizialmente ottennero delle vittorie importanti, tanto che la Sardegna e la Libia tornarono in mano romana. A quel punto Basilisco, deciso a sferrare l’attacco decisivo contro Genserico, decise di posizionare la sua flotta al largo di Capo Bon, un promontorio distante circa sessanta chilometri da Cartagine. 
Genserico chiese a Basilisco di negoziare la pace. Il comandante bizantino acconsentì, credendo alla resa del re vandalo. Il quale però, di notte, lanciò delle navi incendiarie contro la flotta nemica, che non ebbe scampo. Solo pochi vascelli riuscirono a tornare in Sicilia.
Genserico, grazie alla sua crudele astuzia, aveva respinto l’attacco della flotta di Costantinopoli, ma doveva vedersela ancora con quella di Marcellino. Tuttavia, incredibilmente, il comandante romano fu ucciso da uno dei suoi capitani e il secondo attacco diretto al regno dei Vandali non avvenne mai. Forse l’assassinio fu organizzato dall’ancora potentissimo magister militum Ricimero che, pur partecipando attivamente alla spedizione, in realtà voleva farla fallire. Fatto sta che Genserico, grazie all’inganno e alle divisioni interne degli imperiali, continuò a essere il padrone incontrastato del Mediterraneo occidentale.
Negli ultimi anni della sua vita, il re dei Vandali intensificò l’attività diplomatica, ottenendo dei successi significativi. In particolare, molto fruttuoso fu il suo rapporto con l’imperatore bizantino Zenone, che portò nel 474 alla stipulazione della pace perpetua tra Cartagine e Costantinopoli.
Genserico morì il 25 gennaio del 477 d.C., all’età di ottantasette anni. Gli successe il figlio Unnerico, che durante il suo regno perseguitò ferocemente i cattolici ed eliminò coloro che rappresentavano una minaccia per il suo potere, compresi due suoi fratelli. Perse alcuni territori nell’entroterra africano, ma mantenne il dominio sui mari. Morì di peste nel 484.
Il regno vandalo sopravvisse qualche altro decennio, poi fu conquistato da Belisario, leggendario generale al servizio dell’imperatore bizantino Giustiniano e del suo sogno di riunire l’Impero romano e riportarlo ai fasti del passato.

Genserico fu un capo carismatico che rifiutò ogni forma di integrazione o compromesso con la struttura e la cultura dell’Impero romano. La sua visione era chiara: costruire per il suo popolo un regno autonomo, temuto e fedele alle proprie origini.
Tuttavia Genserico non si limitò a essere un custode delle tradizioni; fu anche un audace innovatore. Capì che, per affermarsi in un’epoca segnata da conflitti, i suoi cavalieri e i suoi fanti dovevano trasformarsi in una potenza marittima. E così accadde.
La vera peculiarità di Genserico risiedeva proprio in questa capacità di evolversi: non era solo un feroce barbaro pronto a scagliarsi su ciò che restava dell’Impero romano, ma anche una figura complessa, capace di guardare oltre. Anticipò un futuro in cui, dopo il fragoroso crollo di Roma, sarebbe nato un mondo nuovo.
Genserico sopravvisse di un anno all’Impero romano d’Occidente, un fatto che, sebbene casuale, acquista un valore simbolico. Sembra quasi che il sovrano, dopo una vita di lotte e conquiste, abbia davvero condotto il suo popolo in una nuova epoca. Anzi, si ha l’impressione che sia stato proprio lui uno de maggiori artefici nel farla sorgere.
Non si trattò però di un’epoca di pace e prosperità. Al contrario, ovunque dominavano il caos e la violenza. Il Regno dei Vandali dovette soccombere, ma ormai aveva lasciato un segno nella storia, terribile e audace, proprio come Genserico, il re che lo aveva fondato.



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