LA PESTE DI ATENE


La Guerra del Peloponneso fu un enorme conflitto che per ventisette anni (dal 431 a.C. al 404 a.C.) vide contrapporsi le due più potenti poleis greche dell’epoca, Atene e Sparta. Quest’ultima ne uscì vincitrice, conquistando la supremazia sulle altre città-stato greche. Una supremazia che però si sarebbe rivelata effimera.
Le ostilità si aprirono nel giugno del 431 a.C., quando la Lega peloponnesiaca guidata da Sparta invase l’Attica, una penisola della Grecia orientale su cui sorge Atene. Quest’ultima dal 461 a.C. era governata da Pericle, generale, oratore e politico della fazione democratica. Sotto la sua guida la città stava vivendo la sua “età d’oro”, un periodo di straordinaria fioritura artistica, filosofica, culturale e politica.
Venuto a conoscenza dell’invasione spartana, Pericle trasferì la popolazione delle zone rurali dell’Attica all’interno delle Lunghe Mura, un solido sistema difensivo che cingeva Atene e la collegava al Pireo, il porto cittadino. Esso avrebbe garantito l’arrivo dei rifornimenti necessari a sostenere l’assedio a cui inevitabilmente gli Spartani avrebbero sottoposto la città; inoltre la potente flotta che vi era ormeggiata sarebbe salpata verso i territori della Lega peloponnesiaca, devastandone le coste.
La strategia si rivelò vincente. Dal punto di vista difensivo, la forza militare di Sparta fu disinnescata, dal momento che i suoi soldati eccellevano nelle battaglie in campo aperto, ma non avevano le capacità e le risorse per espugnare le massicce fortificazioni di Atene. Dal punto di vista offensivo, gli Ateniesi non ebbero problemi a raggiungere con più di cento navi il Peloponneso e a conquistarne alcune città.
Sparta cercò allora degli alleati che mettessero a disposizione la loro flotta. Si rivolse all’imperatore persiano Artaserse I e alla polis di Siracusa, ma ricevette due rifiuti. Ai Lacedemoni, frustrati e arrabbiati per la piega che aveva preso il conflitto, non rimase altro che saccheggiare le campagne disabitate dell’Attica.
Tuttavia, dopo circa un anno dall’inizio della guerra, ad Atene accadde un fatto inaspettato e drammatico: lo scoppio di una violentissima epidemia, una delle peggiori dell’età antica.
Il piano di Pericle funzionava bene militarmente ma, una volta diffusosi il morbo, ne accelerò la propagazione. Nella città infatti, come detto, avevano trovato rifugio gli abitanti delle campagne, i quali vivevano ammassati in ricoveri di fortuna, dove le condizioni igieniche erano pessime. Si trattava, com’è ovvio, di una situazione in cui il contagio proliferò. 
Queste e molte altre informazioni sulla “peste di Atene” ci vengono date da Tucidide, che tratta l’argomento in un celeberrimo passo del suo capolavoro La guerra del Peloponneso. Lo storico, usando il suo metodo storiografico basato sull’analisi razionale degli avvenimenti, espone l’origine geografica della malattia, la sua diffusione, i sintomi, i vani tentativi di arginarla e le sue esiziali ripercussioni sulla vita sociale. 
L’infezione ebbe inizio in Etiopia, passò in Egitto e in Libia e fu portata ad Atene dalle navi mercantili. I primi contagi tra i Greci, infatti, avvennero al Pireo. I sintomi con cui la malattia esordiva comprendevano arrossamenti e bruciori agli occhi, infiammazione alla gola e alla lingua, alitosi. In seguito insorgevano raucedine, tosse catarrosa, insonnia, eruzioni cutanee, spasmi, febbre alta. I malati lamentavano un insopportabile calore interno al corpo e una sete inestinguibile, tanto che alcuni si gettavano nei pozzi d’acqua per trovare un po’ di refrigerio. 
La morte sopraggiungeva dopo circa una settimana di atroci sofferenze, ma per alcuni il supplizio durava più a lungo e il decesso avveniva per consunzione dell’organismo causata da ulcere agli intestini e diarrea violenta.
Chi riusciva a sopravvivere al morbo spesso perdeva l’uso delle mani o dei piedi oppure la vista. Altri superstiti soffrivano di gravi vuoti di memoria, tanto da non riconoscere i familiari e non ricordare nulla neppure di se stessi.
Una cura vera e propria non esisteva. Chi soccorreva gli infetti finiva con l’infettarsi, quindi i medici si ammalarono e perirono più degli altri. L’unico modo per non contrarre il male era evitare il più possibile il contatto con i contagiati. Intere famiglie furono isolate e lasciate morire. I corpi senza vita degli immigrati dalle campagne giacevano ammassati uno sopra l’altro nelle catapecchie in cui erano stati sistemati al loro arrivo.
I cadaveri venivano gettati in fosse comuni, oppure bruciati, oppure se ne cibavano i cani e gli uccelli, che però poi morivano perché non erano immuni al contagio.
Con il dilagare dell’epidemia vennero meno la legge e le norme sociali. Si riteneva giusto usare ogni mezzo per godere il più possibile, dato che la morte era dietro l’angolo. Alcuni scialacquarono tutto il loro patrimonio, altri si arricchirono ereditando i beni dei parenti defunti. Scomparve anche la fede negli dèi giacché la malattia colpiva indistintamente chi era religioso e chi non lo era. 
Gli Spartani, vedendo le colonne di fumo che si alzavano dalle pire funerarie, capirono che all’interno delle mura un’epidemia stava decimando la popolazione, e dunque si allontanarono da Atene.
L’infezione proseguì a ondate fino al 426 a.C., causando tra le settantacinquemila e le centomila vittime. Anche Pericle ne morì.
Tradizionalmente la peste di Atene è stata considerata un’epidemia di peste bubbonica, ma in tempi più recenti gli studiosi, basandosi proprio sulla descrizione dei sintomi fatta da Tucidide, hanno messo in discussione questa convinzione. Oggi l’ipotesi ritenuta più probabile è che si sia trattato di tifo petecchiale, una malattia infettiva trasmessa all’uomo dai pidocchi.
In definitiva, la peste di Atene fu un’immane tragedia dentro un’altra tragedia, la guerra tra Atene e Sparta. Eventi terribili, da cui ebbe inizio per le poleis una parabola discendente che le avrebbe portate a perdere la loro peculiare indipendenza.



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