
Lo storico e architetto Eginardo, nella sua biografia di Carlo Magno, diede il via alla tradizione secondo cui i re Merovingi non sarebbero stati nient’altro che dei rois fainéants a cui interessava solo fregiarsi del titolo, curare i lunghi capelli e le folte barbe e dare l’impressione di detenere una grande autorità.
Secondo Eginardo, a capo del Regno franco c’era in realtà il maior domus (“maggiordomo di palazzo”), che prendeva tutte le decisioni più importanti dal punto di vista politico, economico e militare. Il suo potere era talmente ampio che addirittura spettava a lui decidere lo stipendio del sovrano, il quale, di sua effettiva proprietà, possedeva soltanto un piccolo podere e per spostarsi usava un carro trainato da buoi.
Questa descrizione ha un chiaro intento caricaturale, ma suggerisce una verità innegabile, e cioè che i re Merovingi persero progressivamente potere a favore dei maggiordomi di palazzo. Quando il grande maior domus Carlo Martello morì nel 741 d.C., i Merovingi, ormai del tutto esautorati, stavano per perdere anche formalmente il trono.
Poco prima della morte, Carlo Martello aveva diviso la gestione del regno tra i suoi due figli di primo letto: a Carlomanno (nato nel 707) erano toccate l’Austrasia, la Svevia e la Turingia; mentre a Pipino detto il Breve (nato nel 714) erano andate la Neustria, la Borgogna e la Provenza. Grifone, che Carlo aveva avuto dalla sua seconda moglie, era rimasto fuori dalla spartizione, e per questo si ribellò ai fratellastri. Quella contro di lui fu la prima spedizione che Pipino e Carlomanno condussero insieme come maggiordomi. In poco tempo costrinsero Grifone alla resa, lo catturarono e lo rinchiusero in un castello tra le foreste delle Ardenne.
Negli anni seguenti Pipino e Carlomanno capitanarono numerose campagne militari, riportando una vittoria dopo l’altra. Tra le più importanti, quella su Teobaldo duca degli Alemanni nel 742, quella contro Hunaldo duca di Aquitania nel 743 e quella contro Odilone di Baviera, che si sottomise nel 744. Anche i Sassoni e i Vasconi furono sconfitti dalle truppe comandate dai due maggiordomi.
Nel 747 Carlomanno prese una decisione clamorosa, destinata a mutare gli equilibri del regno. Scelse infatti di lasciare tutto il potere in mano al fratello e di abbracciare la vita monastica, probabilmente per espiare la colpa del sangue versato durante i tanti anni trascorsi sui campi di battaglia. Andò a Roma, dove ricevette la tunica da papa Zaccaria, poi entrò nel monastero di Montecassino per vivere secondo la regola di san Benedetto.
Con l’uscita di scena di Carlomanno e con re Childerico III privo di qualsiasi potere, Pipino il Breve era de facto il sovrano dei Franchi. Tuttavia, prima di fare in modo che la corona passasse ufficialmente sulla sua testa, Pipino dovette affrontare di nuovo i Sassoni, che sconfisse a più riprese nel biennio 748-749.
Adesso il regno godeva di un periodo di pace e Pipino fece la sua mossa. Inviò a Roma una delegazione per recapitare a Zaccaria una lettera in cui chiedeva se il titolo di rex appartenesse a chi ne aveva diritto per nascita oppure a chi effettivamente esercitava il potere regale. Quest’ultima ipotesi fu quella indicata come corretta dal pontefice. Childerico III fu subito deposto e gli furono tagliati i lunghi capelli per simboleggiare la perdita dei diritti reali; poi venne rinchiuso in un monastero. Con lui ebbe fine la dinastia merovingia.
Nel novembre del 751 a Soissons, Pipino il Breve venne incoronato re dei Franchi. Secondo la tradizione a consacrarlo fu san Bonifacio, infaticabile evangelizzatore dei popoli germanici.
Alla fine del 753 il nuovo sovrano venne a sapere che Stefano II, salito al soglio pontificio l’anno precedente, era partito da Roma per incontrarlo e che aveva già attraversato il Gran San Bernardo. Pipino partì subito e i due s’incontrarono a Ponthion il 6 gennaio 754. Il papa invocò l’aiuto del re franco contro Astolfo, re dei Longobardi, che ormai era arrivato a minacciare direttamente Roma.
Pipino inviò degli ambasciatori ad Astolfo, chiedendogli di abbandonare le sue mire sulla Città Santa. Tuttavia, prevedendo che il re longobardo non lo avrebbe ascoltato, convocò in assemblea i nobili e riuscì a convincerli a intervenire in Italia. Stefano II allora volle cementare quest’alleanza tramite una solenne cerimonia, che si svolse il 28 luglio 754 nella cattedrale gotica di Saint-Denis; Pipino fu unto e consacrato re dal papa e, insieme ai suoi due figli Carlo e Carlomanno, fu nominato “patrizio dei Romani”, cioè difensore militare della Chiesa di Roma. Arrivava così a compimento il progressivo avvicinamento tra il papa e i Franchi, che erano stati i primi tra i popoli germanici a convertirsi al cattolicesimo grazie al re merovingio Clodoveo I.
In questa fase in cui la guerra era sul punto di esplodere, Carlomanno si rifece vivo per convincere il fratello a non calare in Italia. Tuttavia la missione di pace, voluta dall’abate del suo monastero o forse addirittura da Astolfo, non andò a buon fine. Sulla via del ritorno l’ex maggiordomo di palazzo si ammalò e morì, sempre sostenuto dalla sua fede in Dio.
Pipino radunò un considerevole esercito e nella primavera del 755 mosse contro Astolfo, lo affrontò alle chiuse della Val di Susa e lo sconfisse pesantemente. Il re longobardo ripiegò verso Pavia, inseguito dai Franchi. Riuscì a non farsi raggiungere e a chiudersi all’interno della città, ma si rese conto che non avrebbe potuto resistere all’assedio che Pipino stava preparando per stanarlo. Chiese allora la pace in cambio della promessa di rispettare le richieste del papa. Pipino accettò e, dopo essersi recato a Roma per incontrare Stefano II, tornò in patria.
Tuttavia Astolfo non tenne fede alla parola data e nel 756 marciò su Roma, lasciandosi alle spalle incendi e devastazioni. Assediò l’Urbe da gennaio a marzo, senza però riuscire a espugnarla. Con l’arrivo della primavera, e il conseguente scioglimento delle nevi, tornò indietro, perché temeva che Pipino scendesse di nuovo nella penisola e invadesse i suoi territori. E infatti il re franco con le sue truppe attraversò i valichi alpini per dare la caccia ai Longobardi. Anche in questo caso i due eserciti si scontrarono alle chiuse valsusine, e di nuovo Pipino ebbe la meglio su Astolfo. Il quale come l’anno precedente, davanti alla prospettiva di un estenuante assedio di Pavia, fu costretto a chiedere la pace. Pipino acconsentì, ma pretese una cospicua parte del tesoro della corona longobarda e un tributo annuale, più Ravenna e la Pentapoli bizantina, che donò al nascente stato della Chiesa.
In seguito il sovrano franco ampliò i confini del suo regno e ne consolidò le strutture politiche. Nel 758 sconfisse i Sassoni sul Reno, mentre l’anno successivo strappò Narbona ai Saraceni. Dal 760 al 768 fu impegnato in un duro conflitto contro Waifer, duca di Aquitania e di Guascogna, che si concluse con la morte di quest’ultimo e l’incorporazione dell’Aquitania nel Regno franco.
Poco tempo dopo quest’ennesima vittoria, Pipino s’ammalò. Riuscì a raggiungere Saint-Denis, dove, sentendo sopraggiungere la morte, divise i suoi domini tra i figli Carlo e Carlomanno. Spirò il 24 settembre del 768 e fu sepolto nella cattedrale di Saint-Denis, come da lui voluto.
Pipino il Breve è un personaggio talvolta sottovalutato, “stretto” tra il furore guerriero di Carlo Martello e il potere imperiale di Carlo Magno. In realtà fece molto per il Regno franco: lo difese e lo espanse, lo riformò dal punto di vista ecclesiastico e monetario. Le sue vittorie su Astolfo stabilirono dei precisi rapporti di forza tra Franchi e Longobardi, preludio alle future conquiste nella penisola.
Fu insomma un re abile e autorevole, una figura fondamentale dell’alto Medioevo, che pose solide basi per il mito di Carlo Magno, senza cui l’Europa non sarebbe stata la stessa.