IL RISORGIMENTO


PERIODIZZAZIONE

Per Risorgimento si intende il processo storico e il movimento culturale, politico e sociale che portarono all’unità d’Italia. 
Tra gli storici non c’è accordo sulla sua periodizzazione: tradizionalmente la data di inizio viene fissata al 1815, anno in cui si svolse il Congresso di Vienna, ma alcuni studiosi la posticipano al 1848, quando fu combattuta la Prima guerra d’indipendenza, o la anticipano addirittura alla prima metà del XVIII secolo, con i trattati di Utrecht (1713) e di Aquisgrana (1748), attraverso i quali il Ducato di Savoia si consolidò e acquisì rilevanza a livello europeo.
Un’altra tesi sostiene che le origini del Risorgimento debbano essere rintracciate nel periodo della dominazione napoleonica, quando nella penisola furono aboliti i vecchi stati assolutistici e si diffusero i principi democratici.
Anche sull’evento conclusivo del movimento risorgimentale le opinioni non coincidono: taluni indicano la presa di Roma del 1870, altri la Prima guerra mondiale, che portò all’annessione al Regno d’Italia di alcune delle cosiddette “terre irredente” (il Trentino, l’Alto Adige, la Venezia Giulia, l’Istria e la città di Zara in Dalmazia).

LA SITUAZIONE NELLA PENISOLA ITALIANA DOPO IL CONGRESSO DI VIENNA

In seguito alle decisioni del Congresso di Vienna, la penisola italiana comprendeva tre stati indipendenti (il Regno di Sardegna, lo Stato pontificio e il Regno delle Due Sicilie), uno legato direttamente all’Austria (il Regno Lombardo-Veneto) e altri controllati indirettamente da Vienna (Ducato di Modena e Reggio, Ducato di Parma e Piacenza, Granducato di Toscana, Ducato di Massa e Carrara, Ducato di Lucca).
Una tale frammentazione era ottimale per Vienna, perché salvaguardava i suoi interessi nella penisola. Il primo ministro dell’Impero austriaco Klemens von Metternich descrisse sprezzantemente l’Italia come una mera “espressione geografica”.

I MODELLI POLITICI

Durante il Risorgimento emersero posizioni diverse in merito a come raggiungere l’unificazione e su quale sarebbe potuta essere la migliore forma di stato e di governo per l’Italia unita.
Le ipotesi erano principalmente due, sebbene con sfumature diverse al loro interno. La prima era quella moderata e liberale di stampo monarchico, secondo la quale una élite dirigenziale avrebbe dovuto guidare il processo unitario. La seconda invece proponeva un modello repubblicano e democratico, da raggiungere tramite un’iniziativa popolare di tipo insurrezionale.
All’interno del campo moderato le posizioni più influenti furono quelle del sacerdote cattolico Vincenzo Gioberti e di Cesare Balbo. Gioberti, nella sua fortunata opera Del primato morale e civile degli Italiani (1843), avanzava l’ipotesi di una federazione di stati presieduta dal papa. Anche Balbo pensava a un’organizzazione statale di tipo federalista, ma indicava nella monarchia sabauda l’unica forza capace di portarla a compimento, anche grazie alla sua superiorità militare rispetto alle altre realtà territoriali della penisola. 
Tra i repubblicani spiccò senza dubbio il pensiero di Giuseppe Mazzini, fondatore della Giovine Italia, un’associazione politica costituita nel 1831, il cui programma si prefiggeva di risvegliare nel popolo una forte coscienza nazionale per spingerlo alla rivolta. Mazzini rifiutava qualsiasi soluzione federalista, a differenza di Carlo Cattaneo, che considerava gli Stati Uniti e la Svizzera due modelli diversi ma entrambi validi di repubblica federale. Inoltre il pensiero di Cattaneo, di matrice illuminista, poneva l’accento sul tipo di sapere che avrebbe dovuto caratterizzare il Risorgimento: solo una vasta diffusione di conoscenze tecnico-scientifiche avrebbe potuto garantire al nuovo stato un progresso economico e sociale.

LA PRIMA GUERRA D’INDIPENDENZA

Il vento insurrezionale che travolse l’Europa nel 1848 arrivò anche in Italia. Le rivolte partirono dal sud, prima a Palermo e poi a Napoli. Il re delle Due Sicilie Ferdinando II fu costretto a concedere una costituzione, e lo stesso fecero Pio IX nello Stato pontificio, il granduca di Toscana Leopoldo II e Carlo Alberto di Savoia, che promulgò lo Statuto albertino. 
In contemporanea alle proteste che, nell’Impero asburgico, costrinsero Metternich alle dimissioni da cancelliere, Venezia e Milano insorsero, dando inizio alla Prima guerra d’indipendenza. Le due sommosse, infatti, assunsero dimensioni tali da sfociare in un vero e proprio conflitto bellico tra una coalizione degli stati italiani e l’Impero d’Austria, quest’ultimo già alle prese con seri problemi interni.
Venezia si sollevò il 17 marzo. A Milano, dal 18 al 22, si ebbero le “Cinque giornate”, culminate con la cacciata delle truppe austriache del maresciallo Radetzky, che furono costrette a ritirarsi nelle fortezze di Mantova, Peschiera, Verona e Legnago (il cosiddetto “quadrilatero”).
Il governo provvisorio che si era instaurato a Milano richiese l’intervento di Carlo Alberto, il quale si decise a scendere in campo e a dichiarare guerra all’Austria (23 marzo). 
Pio IX, Leopoldo II e Ferdinando II inviarono truppe a supporto dell’esercito sabaudo. Volontari armati giunsero da ogni parte della penisola. La coalizione ottenne delle vittorie nelle battaglie di Pastrengo, Peschiera e Goito, ma dette al nemico il tempo di riorganizzarsi. Nel frattempo Pio IX ritirò il suo appoggio militare. Giustificò la scelta richiamandosi all’universalismo della Chiesa, che non poteva partecipare a una guerra contro altri cattolici. Leopoldo II e Ferdinando II ne seguirono l’esempio.
L’esercito del Regno di Sardegna, rimasto da solo, non resse alla controffensiva austriaca e fu sconfitto nella decisiva battaglia di Custoza (23-27 luglio 1848). Le truppe asburgiche ripresero il controllo del Lombardo-Veneto e, il 6 agosto, rientrarono a Milano. 
La sconfitta del Piemonte monarchico rinvigorì il movimento repubblicano: Pio IX fu costretto a scappare da Roma, dove fu proclamata la Repubblica romana, guidata da un triumvirato di cui faceva parte anche Giuseppe Mazzini. Il compito di organizzare le truppe fu affidato a Giuseppe Garibaldi, che giunse dal nord per non far mancare il suo appoggio. 
Altre rivolte scoppiarono in Toscana, obbligando Leopoldo II ad abbandonare il Granducato, e a Venezia, dove fu instaurata la Repubblica di San Marco, guidata da Daniele Manin.
Per non escludere il movimento moderato dalla nuova spinta insurrezionale, Carlo Alberto riprese la guerra contro l’Impero asburgico, ma fu sconfitto nella battaglia di Novara, svoltasi il 23 marzo 1849. Decise quindi di abdicare in favore del figlio Vittorio Emanuele II. Lo Statuto albertino fu comunque mantenuto.
Tuttavia le esperienze repubblicane ebbero vita breve: Roma si arrese il 4 luglio 1849, conquistata dall’esercito di Luigi Napoleone Bonaparte, neoeletto presidente in Francia, che restituì la città al papa. Venezia, dopo una strenua resistenza, il 23 agosto crollò sotto i colpi austriaci. Nel Granducato di Toscana il governo di Guerrazzi e Montanelli era caduto per contrasti interni e Leopoldo II tornò sul trono. 
Seguì una fase in cui quasi tutti i sovrani italiani (in particolare Pio IX e Ferdinando II) assunsero un atteggiamento spiccatamente reazionario. Questo però non avvenne nel Regno di Sardegna, attorno a cui si raccolsero forze liberali e democratiche che avevano lo scopo di raggiungere l’indipendenza e l’unità d’Italia.

CAVOUR E NAPOLEONE III

Nel 1852 Camillo Benso, conte di Cavour, divenne presidente del Consiglio dei ministri nel Regno di Sardegna. Sosteneva un liberalismo moderato ed era deciso a rendere il Regno sabaudo uno stato moderno riconosciuto a livello europeo. 
Cavour formò un governo accordandosi con la sinistra borghese guidata da Urbano Rattazzi. Tale accordo, passato alla storia come “Connubio”, prevedeva l’abbandono delle ali estreme sia della destra sia della sinistra, in modo da poter contare su un’ampia maggioranza parlamentare convergente su un programma liberale e fedele alla costituzione.
I risultati ottenuti furono rilevanti: industrializzazione, aumento del volume degli scambi commerciali, finanziamento di infrastrutture, ammodernamento dell’esercito, acquisizione di molti beni di proprietà della Chiesa. 
Cavour era favorevole a un processo di unificazione nazionale guidato dal Regno di Sardegna, ma, per renderlo possibile, riteneva indispensabile l’aiuto degli stati europei ostili all’Austria. Quindi si impegnò molto anche in politica estera: già prima di diventare presidente del Consiglio era venuto in contatto con importanti esponenti politici inglesi e francesi, i quali vedevano in lui un interlocutore serio e affidabile. Tuttavia l’occasione per richiamare l’attenzione sulla questione italiana si presentò con la Guerra di Crimea, un conflitto nel quale Gran Bretagna e Francia corsero in aiuto dell’Impero ottomano contro la Russia per evitare che quest’ultima penetrasse nel Mediterraneo. Intervenendo a fianco di inglesi e francesi, il Regno di Sardegna, in caso di vittoria, avrebbe potuto partecipare alla conferenza di pace con dei crediti da spendere in chiave antiaustriaca. 
Nel 1855, dunque, Cavour inviò in Crimea due divisioni per un totale di 18.000 uomini. Le cose andarono come sperato e nel congresso che alla fine della guerra si riunì a Parigi la situazione della penisola italiana fu presa in considerazione dalle potenze che sedevano al tavolo.
In particolare l’imperatore francese Napoleone III si convinse della necessità di passare all’azione in Italia per evitare che sorgessero nuovi fermenti rivoluzionari, soprattutto dopo essersi salvato da un attentato compiuto dal mazziniano Felice Orsini. Cavour si affidò dunque alla protezione della Francia, specialmente dal 1857, anno in cui formò un nuovo governo in coalizione con la destra clericale.
L’avvicinamento tra Napoleone III e Cavour culminò nell’incontro segreto di Plombières, durante il quale l’imperatore si impegnò a entrare in guerra a fianco del Piemonte qualora esso fosse stato attaccato dall’Impero austriaco. Secondo l’accordo, in caso di vittoria, l’Italia sarebbe stata divisa in quattro regni: il Regno di Sardegna, che avrebbe acquisito il Lombardo-Veneto; gli stati dell’Italia centrale, che sarebbero stati unificati e affidati a un principe francese; il Regno delle Due Sicilie, ancora in mano ai Borbone, e lo Stato pontificio governato dal papa. Quest’ultimo avrebbe anche presieduto la confederazione dei quattro regni. In cambio del suo aiuto, la Francia avrebbe ottenuto Nizza e la Savoia dal Piemonte e avrebbe esercitato una moderata influenza sulla penisola italiana, ben diversa dall’insopportabile oppressione austriaca.
A questo punto a Cavour non restava altro che farsi dichiarare guerra dall’Austria.

LA SECONDA GUERRA D’INDIPENDENZA

Cavour inviò truppe al confine con la Lombardia in modo da provocare una reazione rabbiosa dell’Impero austriaco. All’esercito regolare sabaudo si aggiunsero migliaia di volontari, inquadrati da Giuseppe Garibaldi nel corpo dei Cacciatori delle Alpi.
Gli austriaci intimarono al governo piemontese di ritirare i soldati, ma la richiesta fu disattesa; il 27 aprile 1859 l’Impero asburgico dichiarò guerra al Regno di Sardegna. Cominciava così quella che è passata alla storia come la Seconda guerra d’indipendenza.
Probabilmente l’Austria cadde nella trappola perché non credeva che i francesi sarebbero davvero scesi in campo a fianco del Regno di Sardegna, cosa che invece avvenne. Le truppe franco-piemontesi sconfissero quelle austriache il 4 giugno a Magenta, vicino Milano, e il 24 giugno nella battaglia di Solferino e San Martino, a sud del lago di Garda. Si trattò di due vittorie fondamentali, grazie alle quali l’intera Lombardia fu strappata all’Impero asburgico. 
A questo punto però Napoleone III ritenne più prudente interrompere la guerra; senza consultare Cavour, firmò con gli austriaci l’armistizio di Villafranca, in base al quale la Lombardia passava alla Francia, che a sua volta la “donava” al Regno di Sardegna. Cavour lo considerò un tradimento e si dimise.
Napoleone III non tenne fede completamente alla parola data per diverse ragioni, ma ciò che lo allarmò più di ogni altra cosa furono le rivolte scoppiate in Toscana, in Emilia e in Romagna dopo la battaglia di Magenta; temeva infatti che una vera e propria rivoluzione facesse saltare il prudente schema dei quattro regni deciso per l’Italia a Plombières, andando a colpire il potere temporale del papa, di cui l’imperatore francese si era fatto garante.

LE ANNESSIONI DEL MARZO 1860

Cavour, tornato al governo all’inizio del 1860, ebbe l’occasione di annettere al Regno di Sardegna la Toscana, i Ducati di Parma e di Modena e le Legazioni pontificie della Romagna. In queste zone infatti, dopo la battaglia di Magenta, erano scoppiate delle violente sommosse, culminate con la cacciata delle autorità e la formazione di governi provvisori, in attesa di unirsi allo Stato sabaudo.
Cavour strinse allora un nuovo accordo con Napoleone III: l’imperatore si impegnava a non ostacolare l’aggregazione al Regno di Sardegna dei territori in rivolta, e in cambio si sarebbe impadronito di Nizza e della Savoia, a cui in precedenza aveva dovuto rinunciare per non aver rispettato gli accordi di Plombières.
Nel marzo del 1860, dunque, in Toscana, in Emilia e in Romagna si svolsero i plebisciti, in cui la quasi totalità degli elettori votò a favore dell’annessione.

GARIBALDI E I MILLE

Nella primavera del 1860 in Sicilia tornò a montare la protesta contro l’oppressione borbonica: insurrezioni di matrice repubblicana si verificarono nella città di Palermo e nei paesi circostanti. Patrioti siciliani emigrati in Piemonte, tra cui Francesco Crispi, spingevano Garibaldi a intervenire. Inizialmente il generale nutriva dei dubbi, anche perché pensava che per la causa italiana fosse più importante un’invasione dello Stato pontificio; inoltre era ancora amareggiato per il passaggio di Nizza, sua città natale, alla Francia. Alla fine però si convinse e in breve tempo riuscì ad armare due navi e a radunare intorno a sé un migliaio di volontari.
I Mille salparono da Quarto, presso Genova, il 5 maggio 1860 e dopo qualche giorno di navigazione sbarcarono a Marsala, all’estremità occidentale della Sicilia, per poi marciare verso l’interno. Altri volontari si unirono alla spedizione.
Il 14 maggio a Salemi Garibaldi si autoproclamò Dittatore della Sicilia in nome di Vittorio Emanuele II. L’indomani dovette affrontare un contingente borbonico a Calatafimi, riportando un netto successo. La notizia della vittoria si sparse ben presto in tutta l’isola, provocando nuove sollevazioni popolari. 
Le truppe regie non riuscirono a contrastare l’avanzata dei Mille, che, meno di un mese dopo il loro sbarco a Marsala, entrarono a Palermo. Garibaldi, ormai padrone dell’isola, abolì la tassa sul macinato e promise la distribuzione delle terre, ma fu molto duro nel reprimere le vendette dei contadini sui latifondisti; a Bronte inviò un reparto comandato da Nino Bixio, che, per riportare l’ordine, fece applicare la legge marziale.
A metà agosto i garibaldini sbarcarono in Calabria e solo poche settimane dopo, il 7 settembre, entrarono trionfalmente a Napoli. Francesco II, che era succeduto al padre Ferdinando l’anno precedente, si rifugiò nella fortezza di Gaeta.
Le truppe di Garibaldi, che dopo l’arrivo di molti altri volontari consistevano di circa ventimila uomini, sconfissero definitivamente l’esercito borbonico nella battaglia del Volturno, svoltasi tra il 26 settembre e il 2 ottobre 1860. Essa segnò la fine del Regno delle Due Sicilie.
La conquista del sud Italia da parte di Garibaldi e dei suoi uomini fu senza dubbio un’impresa, ma si basava su una contraddizione: essa infatti si svolse in nome di re Vittorio Emanuele II, però a farla furono dei repubblicani. I quali adesso erano tentati di proseguire verso Roma, scacciare il papa e proclamare una repubblica comprendente tutto il meridione.

L’UNITÀ D’ITALIA

La situazione era complessa, tuttavia Cavour fu come sempre molto abile e seppe sfruttarla a proprio vantaggio. Inviò nello Stato pontificio un esercito di oltre quindicimila uomini, che sconfisse le truppe papali nella battaglia di Castelfidardo (18 settembre 1860) e occupò le Marche e l’Umbria, dirigendosi in seguito verso Napoli ma senza attaccare Roma per non provocare la reazione di Napoleone III. Cavour chiese poi che in tutte le zone conquistate dell’Italia centrale e meridionale fossero indetti i plebisciti per l’annessione al Regno di Sardegna.
A questo punto i due eserciti – quello monarchico piemontese e quello repubblicano garibaldino – avrebbero anche potuto scontrarsi, ma Giuseppe Garibaldi dimostrò di aver superato l’intransigenza mazziniana e di anteporre l’unità nazionale a ogni altra cosa. Decise quindi di rimanere fedele a Vittorio Emanuele II, nel cui nome aveva compiuto la sua impresa di conquista del Regno borbonico. Il 26 ottobre 1860 a Teano, presso Caserta, l’“eroe dei due mondi” consegnò il sud Italia al re di Sardegna. Tra ottobre e novembre i plebisciti ratificarono le nuove annessioni.
Il 17 marzo 1861 il primo parlamento nazionale proclamò Vittorio Emanuele II re d’Italia “per grazia di Dio e volontà della nazione”. Torino fu scelta come capitale e lo Statuto albertino divenne la costituzione del nuovo Regno. Cavour, senza dubbio il più abile politico dell’epoca risorgimentale, guidò il primo esecutivo, ma poté farlo solo per poco più di due mesi, perché morì il 6 giugno 1861 a causa della malaria che lo affliggeva già da molti anni.

LA TERZA GUERRA D’INDIPENDENZA

Per completare l’unità, oltre alla Roma papale, all’Italia mancavano i territori di Veneto, Trentino e Venezia Giulia, che facevano ancora parte dell’Impero asburgico. Un nuovo scontro con gli austriaci era inevitabile.
L’occasione propizia si presentò quando la Prussia del cancelliere Bismarck, potente stato nazionalista e militarista, si pose a capo degli stati tedeschi della Confederazione germanica con lo scopo di eliminare il controllo esercitato su di essi dall’Austria. Si trattava di un passaggio fondamentale per unificare la Germania. 
Nella primavera del 1866 Italia e Prussia firmarono dunque un’alleanza militare in chiave antiaustriaca. L’attacco congiunto che ne seguì rappresentò per l’Italia la Terza guerra d’Indipendenza.
L’apporto italiano al conflitto fu in realtà molto modesto: il 24 giugno 1866 il Regio esercito fu sconfitto da quello austriaco a Custoza, mentre il 20 luglio la flotta militare, sebbene in superiorità numerica, fu sbaragliata dalla Kriegsmarine presso Lissa, un’isola del mar Adriatico. 
L’unica vittoria italiana di questa guerra fu colta da Giuseppe Garibaldi, che, a capo del Corpo Volontari Italiani, il 21 luglio ebbe la meglio sugli austriaci a Bezzecca, in Trentino. In seguito il generale e i suoi uomini puntarono verso Trento, ma il capo di stato maggiore La Marmora gli ordinò di fermare l’avanzata; Garibaldi rispose allora con un telegramma, in cui scrisse semplicemente «Obbedisco».
La Marmora emanò la direttiva per non compromettere le trattative di pace che la Prussia stava portando avanti autonomamente con Vienna; le forze prussiane infatti, il 3 luglio precedente, avevano sonoramente sconfitto le truppe austriache nella battaglia di Sadowa, vincendo di fatto la guerra senza l’aiuto italiano. Oltre alla fine dell’influenza austriaca sugli stati tedeschi, tali trattative prevedevano che solo il Veneto passasse al Regno d’Italia, e non Trento e Trieste. I governanti italiani, visti gli insuccessi in battaglia, si accontentarono di questa soluzione, rinunciando quindi ai territori del Trentino e della Venezia Giulia che facevano ancora parte dell’Impero asburgico.

LA CONQUISTA DI ROMA

Dopo l’unità d’Italia, i più ferventi patrioti italiani volevano fortemente la conquista di Roma e la sua proclamazione a capitale del nuovo Regno. Ovviamente papa Pio IX si opponeva con tutte le sue forze a questo disegno, che avrebbe decretato la definitiva scomparsa dello Stato pontificio.
Il difensore della Roma papale continuava a essere Napoleone III; i governanti italiani, anche se desiderosi di annettere l’Urbe, non volevano inimicarsi l’Imperatore francese, prezioso alleato nello scacchiere europeo. Ciononostante, Giuseppe Garibaldi, da sempre convinto anticlericale, organizzò due spedizioni per liberare Roma dal potere temporale dei papi.
La prima fu nel 1862 e partì dalla Sicilia, dove il generale, ancora molto popolare, raccolse circa tremila volontari. Al grido di “O Roma o morte” la colonna sbarcò nella penisola, ma la sua marcia fu bloccata in Calabria, sulle pendici dell’Aspromonte, dall’esercito regolare italiano, inviato dal governo di Torino. I regolari fecero fuoco sui volontari e lo stesso Garibaldi fu colpito da due proiettili e in seguito arrestato.
Nel 1867 Garibaldi tentò nuovamente di risolvere con le armi la “questione romana” (come ormai veniva chiamata), ma anche in questo caso la sua spedizione ebbe esito negativo: truppe francesi e pontificie sconfissero i volontari garibaldini a Mentana, nel Lazio, e il generale fu di nuovo arrestato.
Solo un cambiamento nella politica internazionale poteva sbloccare la situazione. Perché ciò avvenisse si dovette attendere l’estate del 1870, quando la Francia subì una colossale sconfitta a Sedan dall’esercito della Prussia. Questo avvenimento, determinante per l’esito della guerra franco-prussiana, causò l’abdicazione di Napoleone III, che lasciò la direzione del paese a un governo repubblicano. Il papa perse così il suo difensore e le truppe francesi stanziate nello Stato pontificio furono richiamate urgentemente in patria per difendere Parigi.
Pochi giorni dopo, il 20 settembre 1870, la fanteria d’assalto dei bersaglieri aprì con i cannoni una breccia presso Porta Pia, entrò all’interno di Roma ed ebbe facilmente la meglio delle truppe papali. Il 3 febbraio 1871 la Città Eterna divenne capitale del Regno d’Italia.
La reazione di Pio IX a questi avvenimenti fu a dir poco rabbiosa: rifiutò la legge delle guarentigie (un provvedimento con cui il Regno d’Italia regolava i suoi rapporti con la Santa Sede), scomunicò i governanti italiani, si dichiarò prigioniero in Vaticano ed emanò il Non expedit, un decreto che vietava ai cattolici di partecipare alla vita politica italiana.

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